mercoledì 29 maggio 2013

La variabile (in)dipendente

Come promesso, visto che qualche tempo fa avevo anticipato la seconda parte di questo discorso, ecco che ora vado a pubblicarne la prima che racconta, soprattutto, la storia di una piccola consapevolezza e dell'inizio di una grande rivoluzione personale.

Siamo verso la fine del 2002 e io mi trovo seduto di fronte al mio datore di lavoro dell'epoca nel suo ufficio per fare il punto della situazione.

Durante questo incontro, parliamo di molti argomenti, sia professionali che personali e, a un certo punto, se ne esce con questo discorso:

"Un uomo ha bisogno di tre appoggi per dare un equilibrio alla sua vita: il primo appoggio è la famiglia (sia quella di origine, sia quella che viene poi composta quando ci si stacca dai genitori); il secondo appoggio è il lavoro (l'indipendenza economica e la realizzazione di sé stessi); il terzo appoggio è quello della socialità, delle amicizie. Se uno di questi appoggi viene a mancare, ecco che l'equilibrio manca e una persona può entrare in crisi"

Al che risposi

"Visto che, per quanto riguarda la famiglia, da una parte sono in un momento di forti contrasti con i miei e dall'altra mi sono preso dalla donna di cui mi sono innamorato l'ennesima risposta del tipo tu per me sei un amico; visto che, per quanto riguarda il lavoro, purtroppo al momento non mi consente più di avere un guadagno tale da darmi la possibilità di vivere indipendentemente e visto che i contatti con i miei amici si sono diradati molto in questi mesi... allora non devo stupirmi se sono in crisi!"

Il colloquio è poi proseguito e, in quel frangente, ci si accordò per un'altra serie di piccoli lavori che avrei fatto nei mesi successivi.

Da quando esco da quell'ufficio, però, continuo a pensare al discorso sui punti d'appoggio e ho la sensazione che ci sia qualcosa che non mi torna, come una nota stonata che abbruttisce di colpo una melodia che ti stava incantando, ma non riesco a capire cosa sia, fino a quando, nelle mie elucubrazioni, trovo che tutti e tre gli appoggi che mi erano stati indicati avevano due caratteristiche fondamentali in comune:

Non solo nessuno degli appoggi non dipendeva completamente da quello che potevo fare io, ma era anche vero che tutti e tre questi appoggi si basavano maggiormente sui comportamenti delle persone che con me interagivano.

Per quanto riguarda l'aspetto della famiglia, ad esempio, vediamo che, se si parla di quella che tu ti crei nel corso della tua vita:
Tu puoi amare con tutto te stesso ma, nel momento in cui non c'è reciprocità la coppia o non esiste o, comunque, non può vivere né in equilibrio né felicemente; anche nel momento in cui il sentimento è reciproco, però, se le due persone non trovano un modo per comunicare o se manca la sincerità reciproca, la coppia non può far altro che o scoppiare o trascinarsi mestamente in un crogiolo di sospetti e mancanza di fiducia; infine, se ci sono sentimenti comunicazione e fiducia, ma mancano obiettivi comuni e manca una volontà comune per affrontare e risolvere le situazioni che la vita ti mette davanti, anche in questo caso o la coppia si dissolve, o si tira avanti in un ambiente dove liti e frustrazioni sono all'ordine del giorno.
Per quanto riguarda i figli, invece, li si può anche amare a livello incondizionato, si può creare con loro un rapporto stupendo, ma comunque il compito di un genitore non è solo quello di proteggere i propri figli, ma anche e soprattutto introdurli nel mondo e nella vita passo a passo, fino a quando non abbiano raggiunto la capacità e il grado di coscienza che consentono loro di affrontare la vita da soli, dopodiché bisogna sapere lasciarli liberi. Quindi anche i figli, a un certo punto, non faranno più parte della nostra quotidianità (ed è giusto che sia così) qualunque cosa noi si possa aver fatto per loro. Visto che questo discorso, però, vale ovviamente anche per noi nei confronti dei nostri genitori, ecco che pure la famiglia d'origine diventa un qualcosa che, a seconda di come si comporta ciascuno degli elementi che ne fa parte, può essere un appoggio, ma può anche diventare un peso.

Per quanto riguarda il lavoro, invece, si può notare che:
Se sei un lavoratore dipendente, tu puoi lavorare con tutto l'impegno, l'abnegazione e la disponibilità possibili, ma il tuo lavoro da solo non basta a garantirti dal fatto che l'azienda possa o chiudere, o trasferirsi o non avere più bisogno di te.
Se sei un lavoratore in proprio, comunque, anche lì puoi mettere tutte le tue energie, il tuo talento, il tuo tempo, il tuo denaro, ma nel momento in cui non hai sufficienti clienti che ti portano soldi bastanti a farti vivere, il tuo lavoro (e spesso neanche quello dei tuoi eventuali dipendenti) basta per tenere aperta la tua attività.
In ogni caso, e qualunque tipo di lavoratore tu sia, anche se riesci a lavorare e a trovare soddisfazione in maniera continua, arriva un momento in cui è proprio il tuo fisico a non riuscire più a reggere i ritmi del lavoro e, di conseguenza, arriverà sempre e comunque il momento in cui ciascuno di noi si dovrà fermare dal punto di vista lavorativo.

Per quanto riguarda l'amicizia, proprio per la sua stessa natura, è un tipo di rapporto che non si esprime né in rapporto di tipo esclusivo, né in una quotidianità condivisa e su confronti e scambi continui (come il rapporto di coppia), bensì su affinità, sul piacere di condividere del tempo libero assieme e sulla coscienza di ciascuna delle persone di poter contare sulle altre in momenti particolarmente duri. Per cui può anche capitare un momento della vita in cui, per vari motivi, si sia lontani dalle proprie amicizie.

Alla fine mi sono reso conto che, seguendo lo schema dei tre appoggi, non si faceva altro che lasciare agli altri il potere non solo di influenzare, ma anche di decidere della tua gioia e del tuo dolore ed era un qualcosa che non ero più disposto ad accettare. Il problema, a questo punto, diventava come fare a crearsi la propria gioia di vivere, indipendentemente dalle persone che mi ruotavano attorno e lì mi è venuto in aiuto un ricordo di un discorso fatto coi miei, anni prima, in una delle volte in cui si stava parlando del fatto che, ai tempi, non avessi ancora trovato una ragazza. Ovviamente uno dei consigli era "ma invita un'amica al cinema, o ad un concerto, visto che ti piace la musica, e poi cerchi di farle la corte" al che la mia risposta fu "ma io non vado mai con qualcuno a fare qualcosa, piuttosto vado a fare qualcosa con qualcuno", per dire che se io andavo a vedere un film o un concerto o qualsiasi altro evento, la mia attenzione era completamente focalizzata sull'evento in questione e non sulla persona con cui, eventualmente, vi ero andato. Lasciando stare i commenti che questa frase aveva scatenato, a questo punto avevo chiarito a me stesso cosa avrei fatto per superare il momento di crisi: sarei ripartito dalle mie passioni, ma mi ci sarei approcciato in maniera diversa e ancora più profonda. E' cominciato così un periodo in cui non mi limitavo solamente ad sentire musica e ad ascoltarne i testi, o a leggere fumetti o a giocare a freccette, come già facevo prima, ma ogni volta che mi emozionavo per una canzone ascoltata o per un fumetto letto, o avevo soddisfazione per una partita di freccette vinta o per un arbitraggio ben fatto, trattenevo quelle emozioni e quelle soddisfazioni e lasciavo che fossero loro a riempire le mie giornate. Inoltre, per quanto riguarda la musica, leggevo, mi documentavo, e poi avevo ripreso il gusto di diffondere la musica che ascoltavo tramite delle compilation di pezzi.

Nell'anno successivo, quando mi capitava o di uscire in gruppo, o di trovare gruppi di persone più o meno conosciute quando uscivo per conto mio, o quando ci si incontrava in luoghi a tema (tipo una gara di freccette, un concerto, un negozio di dischi) per la prima volta ho fatto caso ad un certo tipo di situazioni che capitava abbastanza spesso: due persone parlano tra di loro (una delle due è una delle mie amicizie, l'altra è o una conoscenza comune, o una sua amicizia) e a un certo punto il mio amico, indicandomi, dice una frase dal significato "se vuoi parlare di questo argomento, vai da lui che ne sa". In quel periodo ritenevo che fosse esagerato farmi apparire come "l'esperto del settore", ma rivedendo quelle scene oggi, nella mia memoria, non posso fare a meno di pensare che sia stato proprio il mio modo di appassionarmi ad un determinato argomento, e al mio modo di approfondirlo e di parlarne che abbiano fatto sì che altri mi dessero questa sorta di patente.

Da allora sono ormai passati dieci anni, io nel frattempo ho avuto modo di avere le mie prime storie sentimentali, di trovare un lavoro fisso, di andare a vivere per conto mio e di sposarmi, ma in tutto questo tempo mi sono accorto che ripartendo dalle mie passioni, coltivandole, approfondendole e ampliandole nel corso degli anni, ho creato un vero e proprio piccolo mondo personale, indipendente dalle persone che mi stanno accanto, e che quotidianamente mi regala quelle gioie e quelle soddisfazioni che mi rendono fiero e felice della vita che conduco. Soddisfazioni che poi condivido anche con chi mi sta vicino. Una delle frasi che io e mia moglie ci diciamo spesso, che a mio parere fotografa questa situazione a meraviglia è: "Io non ho bisogno di te per stare bene, perché da solo (o da sola se a dirlo è lei) io sto benissimo. Il fatto è che con te sto meglio". Perché siamo due persone, due identità, due mondi distinti che condividono un pezzo di vita e un pezzo di strada, donandosi reciprocamente quella gioia di vivere che ognuno costruisce prima da sé.

P.S. Ultimamente, poi, durante un colloquio avuto con una psicologa in cui avevo parlato di un po' di cose che ci erano capitate, alla fine la psicologa mi ha chiesto "ma lei, Adriano, come vive tutto questo?" e io le ho risposto: "Io lo vivo comunque bene, perché io ho un mio mondo in cui, quando voglio, entro, mi rifugio, mi scarico dalle tensioni e mi rigenero." e il suo commento è stato: "avere il proprio mondo è molto importante, anzi, fondamentale". Uhmmmmm.... vuoi vedere che questo giro l'ho proprio azzeccata?

Ciao e a presto ;)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

contrasti nel 2002? hai una memoria da elefante (come dice sergio di me peraltro). comunque spero siano superati. una tua lettrice attenta e assolutamente acritica. MRS

Adriano Salza ha detto...

Sono stati contrasti che si sono risolti col tempo e senza strascichi ;)