lunedì 4 giugno 2018

Il Bello di Guerre Stellari, e della fantascienza.


Questo post è dedicato a Simona Fruzzetti e a tutti i #diversamentestellari del web, a cui vorrei descrivere sia quello che è “il bello” di Star Wars, ma anche spiegare perché la fantascienza NON È un genere narrativo.

Partendo da cosa è “il bello” di Star Wars, dobbiamo rispondere alla domanda “cosa ha fatto diventare Guerre Stellari un capolavoro del cinema”? Quello che Guerre Stellari ha portato nel mondo del cinema nel 1977 è stato un modo di concepire e di creare gli effetti speciali che, per i tempi, è stato assolutamente rivoluzionario e in anticipo sui tempi; in più ciò che ha colpito in maniera profonda le masse, è stato l’immaginario di razze, e di mondi descritti, in un momento in cui si credeva che, nel giro di poche generazioni, il genere umano avrebbe potuto colonizzare lo spazio. È stato qualcosa che ha fatto sognare sia per la propria visionarietà, ma anche per la propria innocenza e, proprio per questo, si è radicato nell’anima di più generazioni. Perché parlo di “innocenza”? perché tutto questo è stato fatto narrando una delle più classiche fiabe per bambini.

Questo ci porta al secondo punto della discussione: perché la fantascienza non è un genere?

Partiamo dall’inizio, ovvero: cosa sono un film, un fumetto, un libro o un telefilm a puntate? Sono tutte STORIE che ci vengono raccontate. Ora, nella marea di storie che ci può venire in mente di raccontare, o di sentirci raccontare, esistono elementi che le caratterizzano e le differenziano le une dalle altre e, quando una serie di storie ha uno o più cardini in comune, si definiscono parte di uno stesso GENERE.

Esempi perfetti di ciò che sono generi narrativi sono il Giallo, l’Horror e la Commedia Romantica, ovvero: tutti quanti hanno degli elementi essenziali che la storia in questione non solo deve avere, ma ne devono anche essere il suo centro focale.
Per chiarirci, se stiamo parlando di un “Giallo”, ci riferiamo ad una storia che parte o da un crimine, o da un evento tragico (una morte) o misterioso (una scomparsa) e che poi costruisce attorno a questo fatto tutti i suoi meccanismi; se stiamo parlando di un Horror, abbiamo a che fare con una storia che racconta fatti e atmosfere che descrivano e nutrano la nostra paura; se stiamo parlando di una commedia romantica, sappiamo che esiste una storia d’amore che, attraverso varie peripezie ed equivoci arriva al lieto fine. Tutto questo vuole anche dire che, se una storia non contiene gli elementi caratteristici di un genere, non ne può far parte, ovvero: una storia che non parli d’amore a lieto fine NON È una commedia romantica, così come una storia che non contiene elementi di paura NON È un Horror, e come una storia che non sia incentrata sul crimine NON È un Giallo.

Perché la fantascienza, invece, non è un genere? Visto che il post iniziale parlava di film, prendo come esempio tre film cardine nella storia della fantascienza cinematografica, ovvero:

GUERRE STELLARI EPISODIO IV: Una Nuova Speranza
BLADE RUNNER
ALIEN

Il punto centrale è che, pur essendo tutti e tre film di fantascienza, narrano storie di generi assolutamente diversi, perché la storia narrata ha caratteristiche basilari completamente differenti e, per capire di cosa stiamo parlando, quello a cui dobbiamo rispondere è: qual è la storia che questi film ci stanno raccontando?

Se ci pensate bene, GUERRE STELLARI ci narra una storia di un eroe inconsapevole, chiamato alla battaglia per salvare una principessa ed il suo regno, usurpati da un feroce tiranno. Di fatto è una storia che segue perfettamente i canoni del romanzo cavalleresco.

Per BLADE RUNNER, la storia è quella di un investigatore che affronta i pericoli e gli ambienti più torbidi di una città per trovare i responsabili di un crimine e che, nel farlo, affronta una sua nemesi. La storia ha tutti i cardini del genere NOIR

La storia di ALIEN è quella di un’eroina che affronta un mostro che sta terrorizzando e uccidendo gli abitanti di una comunità. Altro non è che una storia tipica del genere HORROR.

Perché, allora, tutti questi film (e questo ragionamento potete portarlo anche su tutte quelle altre arti la cui funzione è quella di narrare una storia) vengono definiti “Di FANTASCIENZA”? Perché la FANTASCIENZA, non è un genere, ma è UN’AMBIENTAZIONE creata a partire da ciò che noi immaginiamo che la scienza possa arrivare a creare da qui fino alla fine dei tempi; è la creazione di uno scenario in cui ci si immagina cosa la scienza possa arrivare a creare e quali possano essere le conseguenze sia di ciò che verrà scoperto, che di come verrà utilizzato; è il voler usare la fantasia applicata alla scienza ed alla tecnica per creare mondi in cui ambientare le storie che verranno raccontate. Per tutto questo, non è giusto parlare della Fantascienza come di un genere.

Questo, però, vuole anche dire che, se ci troviamo di fronte ad una storia di ambientazione fantascientifica, non abbiamo ancora nessun modo per capire a quale genere questa appartenga, finché non conosceremo la storia narrata. Per questo vorrei invitare tutti i #diversamentestellari ed anche tutti quelli che #permelafantascienzaèrobabanale a non farsi distrarre troppo dai laser, dai robot, dalle astronavi, dai mostri o dalle cosiddette “Tecnobubbole” e provate a guardare (o leggere) e gustarvi la storia per quello che è, ovvero per ciò che vi sta raccontando.

P.S. Ringrazio Roberto Recchioni per aver scritto sul suo blog Dalla Parte di Asso tutti i post della serie "Di Che Parliamo quando Parliamo di Fumetti" che mi hanno dato anche alcuni mezzi per capire diverse cose in più sul modo in cui le storie si possono raccontare.

lunedì 3 luglio 2017

L'assassino dell'amore, ovvero: gli equivoci del romanticismo




Perché l’amore esiste ed è qualcosa di realmente stupendo, ma su cosa sia ti stanno informando decisamente male.

Nota bene: questo post ha in sé dati demografici presi sia da wikipedia, che dal sito ISTAT che dalla sezione del sito dell’organizzazione mondiale per la sanità relativa all’europa; riporta anche alcune linee generali del discorso sulle tre personalità dell’essere umano, sull’espressione degli istinti di sopravvivenza e riproduzione nel maschio e nella femmina del genere umano, e le definizioni di “amore” e di “dolore psicologico” che possono essere ritrovate nei libri di Giulio Cesare Giacobbe. Di fatto, nello scrivere questo post ho usato queste informazioni apprese da altre fonti come premesse per far capire il ragionamento ed il percorso che portano a quella che è una mia tesi personale.

A volte basta poco, un piccolo post può darti l'ispirazione per trovare l'inizio adatto ad uno di quei classici discorsi fiume in cui, proprio per tutto quello che c'è da dire, non riesci mai a capire da che parte cominciare. Il post in questione, pubblicato da una mia amica che si rivolgeva a suo marito, recitava così:

"Amore, mi piacciono i film romantici! Però è ingiusto: Voi guardate i porno e almeno qualcosa si avvera... Noi no, non si avvera un bel niente! Buuuuuuuu".

Ed eccolo lì, lo spunto decisivo, ovvero: ancora oggi si descrive e si definisce l’amore sulla base dello schema di comportamento romantico. Cosa che ho sintetizzato in una risposta in cui sostenevo che Il problema stesse nel fatto che tutto il ‘genere romantico’ trasmette un’idea dell’amore completamente fasulla, e che la tragedia fosse che le gente, comunque, continuasse a credere che fosse quella la realtà dell’amore. 

Se analizziamo i messaggi che arrivano da una qualsiasi opera del genere romantico vediamo che:

1)    Si definisce l’amore come una forza misteriosa, magica, indefinita e indefinibile a cui non c’è modo di resistere.
2)    Si sostiene che l’innamoramento sia la parte iniziale dell’amore che, a sua volta, ne deve essere la naturale conseguenza
3)    Si sostiene anche che l’amore sia tanto forte, per sua stessa natura, da vincere sopra ogni avversità
4)    A seconda del fatto che la storia abbia come protagonisti o persone singole o una famiglia:
a.    Nel primo caso si sostiene che ogni tipo di comportamento sia giustificato, quando fatto “per amore” (ovvero siccome io sono innamorato di te, vuol dire che ti amo e quindi tutto ciò che faccio “per amore” è giustificabile)
b.    Nel secondo caso si sostiene che “la famiglia è più importante di tutto e quindi non esiste sacrificio che per lei non possa / debba essere fatto”

Inoltre, tutte queste opere, definiscono anche canoni comportamentali ben separati e distinti per l’uomo e per la donna. Di fatto si sostiene che la donna debba:
1)    Essere bella e sensuale
2)    Essere padrona della capacità di gestire il proprio lato emozionale e sentimentale
3)    Essere in grado di portare l’uomo a sentirsi legato a lei

In più si suggerisce che queste caratteristiche siano innate nella donna, portando quindi all’associazione di idee che le donne abbiano diritto all’amore solo per il fatto di esistere.

Per quanto riguarda l’uomo, invece, si sostiene che debba “corteggiare” la donna per poterla “conquistare” e che, per farlo, debba dimostrare:

1)    Che mai, in nessun caso, lui userà la forza e la violenza su di lei
2)    Che per lui lei è l’unica donna.
3)    di essere disposto a soddisfare ogni singola esigenza della donna in questione
4)    che considera la donna come centro assoluto del proprio mondo
5)    che è disposto a proteggerla facendo qualsiasi sacrificio
6)    che non esiterebbe a tradire o ad abbandonare qualsiasi altro tipo di rapporto con altre persone o passioni per avere la possibilità di “avere il suo amore”

In più si suggerisce che, per l’uomo, sia premio sufficiente avere al proprio fianco la donna per cui ha dovuto lottare quasi alla morte, creando l’associazione per cui la donna, in quanto tale, possa pretendere che l’uomo faccia qualsiasi cosa per lei, e che non debba chiedere nulla in cambio se non la presenza della donna stessa e la possibilità che, per gentile concessione di lei, possa diventare madre dei figli che lei vorrà avere con lui.

Il genere, inoltre, definisce e da indicazioni chiare e articolate su tutti i comportamenti definiti  o romantici (associati, quindi, alla dimostrazione d’amore) o galanti (associati, quindi, alla dimostrazione di attenzione) che la donna deve ottenere e tra cui l’uomo può al massimo permettersi di scegliere quali siano i più consoni al suo modo di essere, fino all’arrivare a definire anche tutti i comportamenti che non devono assolutamente esseri usati se si vuole “conquistare l’amore di una donna”.

Ora, viste queste premesse, è assolutamente ovvio il motivo per cui a qualsiasi donna piaccia definirsi “romantica”: praticamente aderisce ad un modello che descrive la donna come centro assoluto della vita di tutte le persone che le ruotano attorno e da a ciascuna di queste altre persone il ruolo di comprimari / coprotagonisti la cui funzione resta la cura e la soddisfazione dei suoi desideri. Ma  il punto è che, oltre alle aspettative troppo elevate, questo schema presenta tre grossi problemi

1)    Parte da premesse completamente sbagliate e fasulle
2)    Genera una delle associazioni mentali che è alla base della discriminazione femminile
3)    Non è più neanche funzionale all’epoca e al luogo in cui stiamo vivendo.


Parlando delle premesse, la realtà è che:

1)    L’amore è semplicemente quella forza naturale che, da un lato, ha consentito la sopravvivenza della specie umana e che si riassume nella frase “Io voglio prendermi cura di te” e, dall’altro, nel momento in cui lo riceviamo, contribuisce a formarci come persone.
2)    L’Innamoramento, non solo non è l’inizio dell’amore, ma ne è il suo inverso, ovvero la proiezione del nostro bisogno atavico di amore su un’altra persona e si riassume nella frase “Io ho bisogno che tu mi ami” (ovvero che tu ti prenda cura di me).
3)    L’amore, come ogni altra forza naturale, o viene nutrita o va ad esaurirsi
4)    Nel momento in cui si crea l’idea che tutto è giustificabile in nome del bisogno d’amore, si va a definire il rapporto che si viene a creare tra le persone che sentono questo bisogno esattamente come una guerra (dove tutto viene concesso per cercare di sopravvivere) e nel momento in cui si definisce che “per la famiglia bisogna essere disposti a qualsiasi sacrificio”, si crea un’associazione mentale decisamente pericolosa, per cui basta avere rapporti di sangue per poter pretendere dai parenti qualsiasi cosa, al di là del fatto che possa esserci o meno rispetto tra le singole persone.

A questo punto vado ad esaminare i problemi dello schema romantico.

Il problema delle premesse completamente sbagliate e fasulle, deriva dal fatto che il genere romantico altro non è che l’ennesima riproposizione di un modello che viene ripetuto ormai da quasi un millennio. Questo significa che le radici di questo modello risalgono ad un momento dove la vita degli esseri umani era regolata essenzialmente dalla violenza e dall’ignoranza, intesa non solo come incapacità di apprendere le nozioni, ma anche come mancanza degli strumenti per poter scoprire le informazioni e le nozioni corrette, che sarebbero servite a capire la reale natura delle cose e, proprio per questo fatto, le premesse in questione sono nate e cresciute su un terreno di nozioni false ed incomplete. Cosa che ha generato a sua volta delle convinzioni a loro volta assolutamente incomplete e per lo più errate. La ripetizione e la riproposizione di queste convinzioni nel corso del susseguirsi delle generazioni e dei secoli, ha portato a far sì che la maggior parte delle persone pensasse che quelle convinzioni fossero verità assolute e indubitabili.

Per quanto riguarda il secondo problema, questo riguarda il fatto che, nel genere romantico, si vede chiaramente come la funzione dell’uomo sia quella di accudire e proteggere la donna,  ma questo crea, come conseguenza diretta, un’associazione mentale ben precisa. Provate a pensare alle differenze tra un bambino ed un adulto. Una di queste è il fatto che l’adulto è in grado di sopravvivere nell’ambiente esterno anche dovendo contare solo sulle sue forze, mentre il bambino no; in conseguenza di questo fatto diventa chiaro che gli adulti cercano di proteggere i bambini ma, proprio per questo istinto a volerli proteggere, l’adulto non tratta il bambino come se fosse un suo pari e qui sta il nodo di questo secondo problema: l’istinto a proteggere e il riconoscimento di essere alla pari partono da presupposti che sono uno l’opposto dell’altro. Se io ho bisogno di essere protetto da qualcuno, è perché non sono in grado di cavarmela da solo, per tanto chi mi protegge non penserà mai che io sia un suo pari; d’altro canto, nel momento in cui io dimostro di potermela cavare senza protezioni esterne, allora vengo considerato alla pari di tutti quelli che sono arrivati a quel livello, ma questo dimostra anche il fatto che io non ho più bisogno di essere protetto. Quindi il voler insistere a mandare segnali che fanno associare l’essere donna al dover essere protetta, di fatto, crea ed alimenta la mentalità per cui la donna non debba essere trattata alla pari dall’uomo.

Il punto centrale di tutto il discorso, però, sta nel discorso sulla funzionalità dello schema di cui sopra, ovvero sul rapporto tra ciò che accadeva e accade tra uomini e donne, e le condizioni di vita nel luogo e nel tempo esaminati. In questo caso, il luogo che voglio esaminare è quello in cui vivo, l’Italia, e, per farlo espongo alcuni dati che la riguardano:

1)    La speranza di vita alla nascita, è passata dai 35,4 anni del 1880 agli 82,5 del 2010
2)    La mortalità infantile (intesa come numero di bambini morti prima dei 5 anni di età ogni 1000 bambini nati vivi) nel corso del tempo, si è sviluppata così
a.    1887: 347 morti
b.    1899: 300 morti
c.    1915: 250 morti
d.    1917-1918: 500 morti
e.    1920: 200 morti
f.     1940: 150 morti
g.    1947: 100 morti
h.   1959: 50 morti
i.     2011: 4 morti
3)    L’analfabetismo della popolazione di età superiore a sei anni è passato dalla media del 78% nel 1861 alla media dell’1,3% del 2001
4)    In Italia la scolarizzazione di massa è iniziata, di fatto, nel 1962-63
5)    I 70 anni dal 1946 ad oggi, sono stati il periodo più lungo della storia a noi conosciuta, in cui non ci siano state guerre sul territorio dell’Europa occidentale (Italia compresa)
6)    Il progresso scientifico e tecnologico ottenuto negli ultimi 150 anni ha visto sia l’invenzione di oggetti che hanno contribuito al miglioramento della qualità della vita, sia  la scoperta di molti meccanismi sul funzionamento dei fenomeni naturali e della fisiologia e psicologia dell’essere umano
7)    Dalla fine della seconda guerra mondiale fino all’inizio degli anni ’90, c’è stato un aumento costante (quando non progressivo) del benessere economico delle fasce di popolazione con redditi medio / medio bassi e, nonostante negli ultimi 20 anni ci sia stata una costante perdita di potere d’acquisto degli stipendi, ad oggi il tenore di vita tenuto da quelle persone è decisamente superiore al tenore di vita che avevano le corrispettive fasce fino alla fine degli anni ’50 del secolo scorso.
8)    L’aumento del benessere economico ha fatto sì che ci fosse una maggior diffusione dei benefici portati dalle scoperte scientifiche-tecnologiche, e l’aumento della scolarizzazione ha anche contribuito a far sì che un maggior numero di persone potesse avere la capacità di accedere alle informazioni e di comprenderle.

Tutto ciò significa che, negli ultimi 70 anni (con particolare accelerazione nell’ultimo quarantennio) si è passati da avere un numero estremamente esiguo di persone che avevano la sopravvivenza (e quasi sempre anche il benessere) garantiti, contro la quasi totalità del resto delle persone che dovevano lottare quotidianamente per la sopravvivenza, ad una situazione in cui esistono una fascia sempre molto ridotta di picchi di ricchezza, una fascia molto più assottigliata di persone che deve comunque lottare quotidianamente per la sopravvivenza pura e semplice, ed una maggioranza della popolazione che, pur dovendo lavorare per potersi guadagnare da vivere, riesce ad avere garantiti sia la sopravvivenza che un certo grado di benessere.

Proviamo a raffrontare la vita ai giorni nostri, con la vita in Italia fino alla fine della seconda guerra mondiale e non possiamo non accorgerci delle notevoli differenze che ci sono.
Innanzi tutto ogni persona nata prima della fine seconda mondiale poteva considerarsi una sopravvissuta e in quasi ogni famiglia c’era almeno un bambino nato morto o morto in fasce, o comunque nei primi anni di vita, poi, al netto di ogni considerazione di tipo politico e morale, e al di là del sesso della persona considerata, la sua realtà consisteva di: una breve infanzia, che durava fino a quando non avesse avuto il fisico adatto a lavorare; una giovinezza dove comunque già doveva aiutare la famiglia lavorando; l’età adulta in cui avrebbe a sua volta formato una famiglia, che avrebbe provveduto a curare e mantenere col suo lavoro o fino alla sua morte o, nel caso fosse stato tanto fortunata da diventare troppo vecchia per reggere la fatica del lavoro, fino a quando non sarebbero stati i suoi figli a doverla accudire in vecchiaia. In aggiunta, nel caso la persona fosse stata un maschio, avrebbe anche avuto la quasi certezza di venire arruolato per andare combattere in una delle tante guerre che hanno funestato la storia d’Italia e d’Europa e, se fosse stata femmina, avrebbe avuto la quasi certezza di avere diversi parti, sperando di poter sopravvivere a ciascuno di essi. Praticamente, eccezion fatta per i pochi anni dell’infanzia tutta la vita di queste persone si basava sulla lotta continua e quotidiana per la sopravvivenza,  sulla fatica fisica quotidiana di un lavoro svolto con molti pericoli e pochi strumenti (per lo più manuali) a disposizione e sulla necessità di far sopravvivere la propria progenie, sia per sé stessi che per la comunità in cui si viveva, sperando che i figli potessero avere delle vite più agiate dei genitori. Tutto questo sapendo che, in ogni momento, eventi come malattie, guerre, carestie, calamità naturali potevano distruggere in pochissimo tempo ciò che si era costruito in anni di lavoro. Inoltre la forte componente di analfabetismo presente nella popolazione, unita ad una serie di conoscenze non ancora acquisite a quel tempo, avevano come conseguenza il fatto che praticamente nessuno potesse essere consapevole delle cause di determinati eventi, sia a livello sociale che a livello intimo della singola persona, per cui si replicavano in maniera costante e continua comportamenti e convinzioni che avevano, di fatto, garantito la sopravvivenza a quelli delle generazioni precedenti che erano riusciti a sopravvivere. Per questo, fino a pochi decenni fa, la forza e la violenza erano considerate componenti accettabili, quando non fondamentali, della vita degli individui e, da una parte, gli uomini erano educati e cresciuti per esprimere la forza fisica, necessaria sia a procurarsi il cibo, sia a difendersi dalla violenza del mondo esterno, ed a reprimere il loro lato emotivo, perché considerato sintomo di debolezza, mentre le donne, dall’altra, erano educate per sfruttare sia la loro sensualità che il lato emotivo sia loro che della controparte maschile, proprio perché uno dei problemi della donna, ai tempi, era quello di dover interagire con uomini portati all’aggressività ed alla violenza, avendo meno forza fisica a disposizione e quindi, doveva cercare dei modi per evitare di farne scatenare la parte violenta per cercare di subire meno danni possibili, anche perché, fino ad una cinquantina di anni fa, l’utilizzo della forza e della violenza a fini educativi (e questo sia in famiglia che nelle istituzioni scolastiche) era considerato normale, quando non addirittura necessario.

In tutto questo contesto, per la gente comune (intesa come tutta quella fascia di persone che non poteva permettersi di vivere di rendita) gli unici momenti in cui si poteva vivere con gioia intensa erano, al di là degli anni dell’infanzia, decisamente pochi ed erano quasi sempre legati a: la condivisione del cibo, nei pochi casi in cui era in abbondanza; le feste religiose comandate, che erano occasioni ritenute speciali, e i circhi itineranti che portavano svago con musici, artisti e giocolieri e che, per pochi giorni l’anno, erano il centro dell’attenzione dei paesi; gli eventi come la nascita di un figlio, un matrimonio o il ritorno di un figlio da una guerra e poco altro, in un ambiente dove, al di là della povertà, della fatica, e della lotta quotidiana, c’era sempre ben poco e, proprio per questo, quando nella tua vita avevi aiutato e/o difeso la comunità, avevi avuto figli ed eri riuscito a farne sopravvivere almeno uno, facendolo diventare a sua volta adulto, in modo che potesse diventare poi genitore, avevi fatto tutto ciò che la vita ti proponeva. E il rapporto tra uomini e donne? Quando non era regolato da rapporti prestabiliti di convenienza come i matrimoni programmati tra membri di famiglie diverse, aveva comunque un percorso quasi obbligato, dal corteggiamento all’eventuale matrimonio, con la famiglia delle due persone coinvolte (e spesso anche tutto il tessuto sociale) ad esercitare spesso e volentieri forti forme di controllo e di pressione, caratterizzate, in molti casi, da un filo conduttore comune: la finzione e la menzogna. Tutto era basato sul presentarsi in modo tale da impressionare l’altra persona tramite o l’enfatizzazione della propria bellezza, o tramite i comportamenti romantico-galanti, fino al momento in cui non scattava la molla di quello veniva creduto amore e veniva ammantato di essenza divina e sacrale. Il successivo passo del matrimonio, da una parte garantiva sia la sopravvivenza dei due individui che la loro riproduzione e dall’altra imponeva un giuramento davanti alla divinità di unione e fedeltà vita natural durante, così da rendere consci ciascuno dei due del fatto che rompere la coppia, avrebbe significato l’essere di fatto emarginati dalla comunità e quindi non essere più in condizioni di poter sopravvivere da soli, e questo era il collante principale delle coppie che, pur di evitare problemi peggiori, cercavano in tutti i modi di trovare una quadra nella quotidianità della coppia stessa. A questo punto diventa chiaro che lo schema romantico, era estremamente funzionale perché da una parte sfruttava appieno gli istinti primari di uomini e donne per creare nel minor tempo possibile le condizioni per poter garantire la sopravvivenza agli individui ed alle diverse comunità di cui essi facevano parte e dall’altra cercava di tenerli sotto controllo tramite il senso del dovere e il senso di colpa. Senso di colpa che veniva a sua volta alimentato dalla differenza tra le aspettative create dal romanticismo stesso e quello che poi era la realtà e veniva usata come arma di difesa dalla donna, proprio per cercare di evitare, o quanto meno di limitare, le esplosioni di violenza nei suoi confronti.

Prima di andare ad analizzare la vita ai giorni nostri, però, voglio prima spiegare alcune cose relative alla natura dell’amore, alla psicologia dell’essere umano e sulla natura del dolore. In primo luogo l’amore ha due facce: la prima è quella dell’amore donato, ovvero è la forza che spinge ciascuno di noi a volersi prendere cura di un’altra persona; la seconda è quella dell’amore ricevuto, ovvero quella cura della nostra persona e della nostra felicità, che ci permette di evolverci come persone. Infatti, oggi sappiamo dell’esistenza di tre tipi di personalità: il bambino, l’adulto e il genitore. Il bambino è la personalità ludica e spensierata che chiede di essere protetta ed accudita; l’adulto è la personalità in grado di provvedere a sé stessa, che affronta i problemi che gli si pongono davanti; il genitore è la personalità compassionevole, che si prende cura di chi gli è vicino. Ciascuna di queste tre personalità e il tassello di un percorso di evoluzione che ha tappe obbligate, ovvero:

1)    Alla nascita l’unica personalità sviluppata e attiva è quella del bambino
2)    In seguito, nel momento in cui dimostriamo a noi stessi di poter sopravvivere da soli nel mondo, si sviluppa e si attiva la personalità adulta
3)    Infine, nel momento in cui dimostriamo a noi stessi di poterci prendere cura di un’altra persona, si sviluppa e si attiva la personalità genitoriale

Come avviene questa evoluzione? Tutto parte proprio dal rapporto che c’è tra amore ricevuto, autostima, interazione col mondo esterno e capacità di donare amore (prima a sé stessi, e poi anche agli altri).  Praticamente da una parte l’amore che riceviamo, accresce la nostra autostima, che è a sua volta messa alla prova sia da una naturale propensione dell’essere umano a negativizzare le situazioni, sia dall’interazione con un mondo esterno naturalmente competitivo, dove prove, esami e giudizi possono di volta in volta o continuare a nutrirla, in caso di successo, o a frustrarla e mortificarla in caso di insuccesso. Questo meccanismo passa attraverso diverse fasi: la prima in cui l’amore ricevuto non è comunque sufficiente a contrastare la spinta dell’autostima verso il basso generata dall’ambiente esterno, in questa fase la personalità bambina continua a chiedere amore e attenzione in maniera quasi incessante; la seconda inizia quando l’amore ricevuto e i primi successi di fronte alle prove che la vita ti mette davanti, riequilibrano e cominciano a superare la spinta negativa di cui sopra, in questa fase la personalità bambina, pur continuando a chiedere amore ed attenzione, comincia lentamente a ridurre l’intensità e la continuità della richiesta; la terza fase inizia quando l’autostima arriva ad un livello tale da far capire alla persona che l’amore di cui ha bisogno per nutrire la sua autostima può generarlo e attingerlo da sé stessa, e questa è il momento in cui si forma e si attiva la personalità adulta; l’ultima fase arriva quando la persona sente di avere in sé stima gioia e amore sufficienti non solo a nutrire sé stessa, ma anche a poterli condividere con altre persone, e questo è il momento in cui si sviluppa e si attiva la personalità genitoriale. In una persona sana ed equilibrata, esistono tutte e tre le personalità, ed esse convivono e si alternano in modo tale che fuoriesca ed agisca la personalità più adatta a seconda del momento e della situazione in cui ci si trova, tenendo conto che quando una delle tre personalità si attiva, le altre due rimangono “a riposo”. 

Per quanto riguarda il dolore, invece, o è un dolore fisico, e in quel caso è sempre causato da agenti esterni a noi, o è un dolore psicologico, ma in questo caso una delle leggi della psicologia dice che il dolore psicologico è causato da agenti esterni solo ed esclusivamente quando viene causato da un comportamento imprevisto di una persona sconosciuta, in tutti gli altri casi il dolore che proviamo è una nostra reazione ad una realtà che non sappiamo o non vogliamo accettare. Questo vuol dire che la vera causa scatenante del dolore psicologico non è il comportamento dell’altra persona in sé, ma è la nostra incapacità o non volontà di accettare la realtà che quel comportamento o quella decisione viene a definire.

Il fatto di apprendere e comprendere queste cose, porta ad un cambio di prospettiva radicale rispetto a  prima, proprio perché ribalta completamente le basi su cui poggiavano le convinzioni che si erano spacciate come verità assolute per tempo immemore: innanzi tutto diventa palese che la personalità bambina non può amare altre persone, perché non ha nemmeno sufficiente amore da dare a sé stessa, di conseguenza tutte le storie che nascono tra persone che abbiano sviluppato solo la personalità bambina, non sono mai storie d’amore reali, perché sono semplicemente la proiezione del bisogno atavico d’amore di ciascuna delle due persone sull’altra; praticamente il loro dire “ti amo”, equivale a dire “io ho bisogno che tu ti prenda cura di me”, che è l’inverso della premessa necessaria perché esista una storia d’amore, ovvero il dirsi reciprocamente “Io mi voglio prendere cura di te”; inoltre diventa anche chiaro che tanto più è stretto il rapporto tra due persone, tanto più, per una qualsiasi delle due, diventa privo di senso e fasullo l’accusare l’altra di farla soffrire, perché la prima persona responsabile del proprio dolore psicologico è proprio la persona stessa che sta soffrendo.

Adesso, invece, cosa succede? Succede che molte delle condizioni basilari della vita di prima sono cambiati drasticamente.

Proviamo a pensare alla vita di una persona nata e cresciuta dagli anni ’70 ad oggi. Innanzi tutto, un dato: negli anni quaranta ogni centomila persone nate vive, quindicimila morivano prima dei 5 anni di età (e andando indietro nel tempo la mortalità era più elevata); al 2013, per contare quindicimila morti su centomila nati vivi, si arriva ad un età compresa tra i 65 e i 69 anni (per i maschi) e tra i 70 e i 74 (per le femmine); nel 1974, comunque, gli stessi quindicimila morti si contavano ad un’età tra i 55 e i 59 anni (per i maschi) e tra i 60 e i 64 (per le femmine). 
Già solo questo implica che i nati dagli anni ’70 del secolo scorso in avanti hanno avuto una probabilità di arrivare all’età adulta (intesa come età in cui si diventa indipendenti e pronti a formare una nuova famiglia) estremamente più elevata. Inoltre la possibilità che ognuno di noi ha avuto di andare a scuola, ha posto le basi perché ciascuno di noi potesse da un lato apprendere nozioni e conoscenze indipendentemente dai “racconti dei saggi” (tramite la lettura) e dall’altro potesse condividere ciò che era venuto a sapere (tramite la scrittura). Inoltre, tra gli anni ’80 e ’90 si è reso possibile a sempre più persone di accedere a livelli di studio sempre più elevati, portando una maggioranza di persone a conoscenza di meccanismi come i metodi logici e scientifici, rendendo potenzialmente ciascuna di queste persone in grado non solo di acquisire nuove nozioni, ma anche di ragionarci sopra e di elaborarle arrivando a nuove conclusioni o scoperte, o alla comprensione di come certi teoremi fossero stati dimostrati in passato. In più, con la diffusione di condizioni di benessere economico e di tecnologie sempre più avanzate è stato possibile, per la maggioranza delle persone, avvicinarsi da una parte a diverse espressioni dell’arte (dalla musica, alla letteratura, al cinema) attraverso cui poter nutrire anche la propria fantasia e il proprio lato emotivo, e dall’altra alla possibilità di viaggiare non più solo per cercare di sopravvivere, ma anche per il piacere di farlo, dando così la possibilità concreta a molte persone di poter venire a contatto con realtà differenti da quelle della propria comunità, arrivando quindi a potersi confrontare con stili di vita diversi dal proprio. Infine, con mezzi quale la televisione e la rete informatica, si è reso possibile prima il poter essere informati di ciò che accadeva in altre parti del mondo, senza doverci essere stati direttamente, e poi il fatto di poter essere ciascuno di noi parte attiva del processo di condivisione delle conoscenze e dei fatti relativi al nostro angolo di mondo. 

Oltre a tutto questo, in più, ci sono state, a livello sociale, la diffusione di nuovi metodi e di nuovi strumenti di contraccezione e, a livello di legislazione sulla famiglia, si sono legalizzati l’aborto e il divorzio; la conseguenza di questi eventi è stata che, di fatto, da un lato si è reso possibile sia all’uomo che alla donna il fare sesso semplicemente per il piacere di farlo, senza rischiare gravidanze indesiderate, dall’altro si sono date opportunità di scelta, sia alla donna di poter decidere di portare avanti una gravidanza oppure no, sia alle persone di poter scegliere di rescindere un legame matrimoniale in cui almeno una delle due persone coinvolte sente che si è arrivati alla fine. In più, nel corso del tempo, si è assistito ad una progressiva evoluzione del pensiero e dei costumi per cui la violenza domestica (sia fisica che psicologica) è passata da essere considerata assolutamente naturale e necessaria, ad essere considerata qualcosa di assolutamente sbagliato e criminale.

Tutto questo, rispetto a come era organizzata la vita delle persone prima, ha creato una situazione per cui una grande maggioranza delle persone ha di fronte, da una parte, la possibilità di una vita decisamente più varia e ricca di esperienze e di possibilità di momenti di gioia e, dall’altra, una libertà di scelta molto maggiore che assicurava anche la possibilità di considerare che una famiglia formata potesse comunque essere un errore da cui si poteva tornare indietro. Infine, cosa più importante di tutte, che ciascuna persona avrebbe potuto vivere la propria vita anche senza il bisogno di avere altre persone al proprio fianco. Analizzando quanto detto finora, diventa palese che un meccanismo di creazione e di mantenimento di una coppia basato sulle leve di repressione degli istinti, sfruttamento dell’eccitazione sessuale, senso del dovere e senso di colpa perde grandissima parte della sua efficacia (ovvero non è più funzionale ai tempi che si vivono) perché gli mancano i punti di appoggio fondamentali: dalla parte della creazione della coppia, perde il fatto di essere vista come l’unica situazione lecita in cui sfogare gli istinti sessuali; dalla parte del mantenere la coppia nel tempo perde le due paure fondamentali su cui si basava, ovvero quella di essere banditi dal proprio consorzio sociale e quella di non poter sopravvivere nel mondo stando da soli.

Come se non bastasse già tutto questo, però, ad oggi si sono anche indagati anche gli istinti primari dell’animale umano (sopravvivenza e riproduzione) e si è visto che hanno meccanismi di attivazione differenti nel maschio e nella femmina, ma che sono accomunati da un metodo comune, ovvero: la poligamia – poliandria. Questo perché, parlando delle origini della razza umana, in quel periodo si aveva, da un parte, un grado di sopravvivenza dei neonati inferiore a 1 su 10, e dall’altro il fatto che le femmine umane difficilmente arrivavano a partorire più di tre volte nel corso della loro vita, per cui, per avere la certezza della salvaguardia del proprio patrimonio genetico, il maschio cercava di fecondare più femmine possibili, mentre la femmina cercava di tenersi vicino più maschi possibile che proteggessero sia lei sia la sua prole. Questo era reso possibile da un altro fatto, ovvero che la molla che faceva scattare l’eccitazione sessuale nel maschio è il senso della vista, per la femmina è il senso del tatto. Praticamente quando dei maschi vedevano una femmina si eccitavano sessualmente, si scatenavano gli ormoni che portavano i due (o più) maschi a competere tra di loro mentre la femmina, osservando la competizione, giudicava quale fosse il maschio più in grado di dominare l’ambiente circostante (e che quindi garantiva la maggior probabilità di sopravvivenza della prole) e a quel punto lasciava che l’elemento scelto si avvicinasse e lei e potesse toccarla. A quel punto era la femmina ad eccitarsi, avveniva l’accoppiamento e da lì l’istinto femminile di sopravvivenza si accendeva e portava al tentativo di tenere il maschio legato a sé per far sì che la proteggesse. Quindi la realtà dei fatti è che quando i maschi umani chiedono sesso e le femmine umane chiedono cura, aiuto e protezione, entrambi non sono altro che individui allo stadio animale sotto l’influenza del loro meccanismo di attivazione degli istinti primari comuni.

Infine, e questa è un qualcosa che è stata scoperta essere comune a tutti gli esseri umani (sia maschi che femmine), sono in grado di produrre, a livello cerebrale, un neurotrasmettitore endogeno noto come dopamina che, per sue caratteristiche fisico-chimiche, genera la sensazione che viene definita come “felicità” e crea dipendenza. Si può quindi asserire che gli esseri umani sono dipendenti dalla felicità e, di fatto, tanto più una persona è felice della situazione che sta vivendo, tanto più cercherà non solo di conservarla immutata, ma anche di riproporla più volte possibili; d’altro canto è altrettanto vero che una persona cerca di cambiare la situazione in cui si trova a vivere solo quando non è felice di ciò che sta vivendo. E qui sta un altro nodo cruciale: un legame di coppia in cui ciascuna delle due parti rende felice l’altra persona, diventa estremamente più forte e stabile di un legame basato sul senso di colpa e sul senso del dovere, proprio perché la felicità che ciascuno prova all’interno di una relazione, oltre a nutrire la propria soddisfazione personale, diventa anche lo stimolo per rinsaldare e rinforzare quotidianamente il legame con l’altra persona, creando un circolo virtuoso in cui le due persone sono reciprocamente portate a scegliersi giorno per giorno, perché ciascuna delle due è soddisfatto sia dalla felicità ricevuta dall’altra persona, ma anche dalla felicità donata all’altra persona (ed è proprio questo il meccanismo attraverso cui si nutre l’amore). 

E a questo punto c’è anche l’ultima considerazione, ovvero il come rendere felice la persona che ci sta accanto, cosa che è resa possibile da un altro ribaltamento delle logiche iniziali del romanticismo, in particolare quelle logiche legate al corteggiamento per cui, ciascuna delle due persone, dovesse utilizzare comportamenti e atteggiamenti volti a “impressionare” l’altro e che quindi, per loro stessa natura, erano delle maschere dietro cui nascondere la propria natura profonda; infatti, nel momento in cui ciascuno di noi sceglie di avere con l’altra persone un tipo di comunicazione aperta e sincera, senza nascondere aspetti della propria personalità, da di fatto all’altra persona un quadro chiaro e limpido di ciò che è, e questo fa sì che l’altra persona venga a conoscenza di tutte le caratteristiche (sia positive che negative), e di tutto ciò che ci rende felici, per cui si danno all’altra persona tutti i mezzi per poterlo fare e, nel momento in cui due persone si amano realmente (e sono quindi portate a volersi prendere cura l’uno dell’altra) hanno realmente la possibilità di consolidare il loro legame a prescindere da qualsiasi influenza esterna. Questo non vuol dire che in una coppia di persone che si prendono reciprocamente cura di loro stessi, non ci siano mai situazioni problematiche, di tensione o di conflitto, ma il punto è che, basando il rapporto di coppia su una comunicazione aperta e sincera da parte di entrambe le parti, questa ha sempre la possibilità di chiarirsi e di trovare una soluzione del conflitto in modo che la coppia continui a rimanere stabile, almeno fino a che l’infelicità causata dai conflitti interni alla coppia non diventi superiore alla felicità che ciascuno dei due riesce a dare all’altro.

In conclusione, ciò che voglio dire è che, al giorno d’oggi, vedo chiaramente la concreta possibilità per la maggioranza delle persone comuni (uomini e donne) di poter vivere pienamente una vita cosciente, consapevole e felice. Una vita non basata sulla menzogna, sulla violenza e sui rapporti di forza, ma basata sulla reciprocità della fiducia, della voglia di mostrarsi, di conoscersi e di accettarsi per come si è. Una vita dove una grandissima maggioranza di persone si possa realmente prima costruire come individuo indipendente dalle altre persone, per poi arrivare a costruire dei legami basati sulla reciproca condivisione della propria individualità e sull’amore, inteso come una reciproca volontà di prendersi cura l’uno dell’altro sia della propria sopravvivenza che della propria felicità, e non come un reciproco pretendere che sia l’altro a prendersi cura di te. E tutto ciò è di fatto possibile nel momento in cui una persona decidesse di vivere nutrendo non solo gli istinti tipicamente animali della sopravvivenza e della riproduzione (comunque necessari), ma anche l’istinto, tipicamente umano, della curiosità, della voglia di conoscere e di comprendere l’ignoto, sia che riguardi sé stessa, sia che riguardi le persone, il mondo e gli orizzonti attorno a sé. Dico questo perché oggi ci sono realmente tutti gli strumenti, sia a livello di conoscenze che a livello di capacità di diffusione delle informazioni e di capacità di apprendimento, sia a livello di capacità economica di garanzia della sopravvivenza, che di accesso alle tecnologie per reperire le informazioni. Abbiamo un’occasione veramente splendida e questo lo so perché l’ho vissuto sulla mia pelle, cercando la mia strada e trovandola in una direzione che era completamente diversa da ciò che mi dicevano le persone attorno a me che sostenevano in coro praticamente unanime “che dovevo comportarmi come gli altri ed adeguarmi” e mi intristisce profondamente il vedere che, molte persone, nonostante questa possibilità, continuino immancabilmente a vivere rimanendo ferocemente ancorate ed inchiodate a schemi mentali e di comportamento che replicano una vita in balia di istinti e pulsioni animali, salvo poi lamentarsene perché non è come immaginavano che fosse.