domenica 24 marzo 2013

La Forza dell'abitudine

Sempre per la serie "da frase nasce discorso", ecco che questa volta prendo spunto da una frase di un utente del Nathan Never Forum che, nel commentare un album della serie gigante uscito in questo mese di marzo, dice così

"Sono un lettore di Nathan Never in crisi di identità. Sono orfano dello stile e delle atmosfere viettiane[*]  completamente sparite con il Nino[**]. Un acquirente per inerzia e non per passione.

Ma crescendo ho fatto una promessa a me stesso. Che non avrei mai più acquistato (come erroneamente fatto in passato) un fumetto per abitudine.
E allora perché Nathan mi fa cadere in questa contraddizione tutti i mesi?"

Note per i non lettori del fumetto Nathan Never
[*] aggettivo legato a Stefano Vietti, scrittore che negli ultimi 10 anni è stato uno degli autori principali nello sviluppo  delle storie del personaggio.
[**] Sigla per "Nuovo Inizio neveriaNO" con cui si intende l'operazione fatta per i numeri dal 250 al 253 della serie regolare di Nathan Never in cui c'è stato l'intrecciarsi di un vero e proprio riassunto dei primi 20 anni di storie della serie con la trama che, introdotta qualche mese prima nella saga denominata Guerra dei Mondi, avrebbe portato a svelare IL SEGRETO DI SIGMUND (uno dei personaggi più importanti dell'universo fantascientifico in cui si muove Nathan Never).

Visto che ultimamente sono molto ricettivo sugli stimoli che mi arrivano dall'esterno, ecco venirmi in mente ragionamenti riguardo cosa sia il concetto di abitudine e quale sia la sua forza e quindi mi preparo a condividerli su questo spazio virtuale.

L'abitudine è il rifugio sicuro che ognuno di noi si costruisce e si scava per ripararsi dalla paura dell'ignoto e del diverso, e dall'ansia di dover prendere delle decisioni; è quel meccanismo che nasce ogni prima volta che sentiamo la felicità sulla nostra pelle per qualcosa che facciamo o che ci succede, per cui vorremmo che quell'istante si ripetesse all'infinito (o almeno ad ogni occasione); è quel ritmo di vita che senti tuo e che quindi cerchi di perpetuare più che puoi, perché al suo interno ti senti a tuo agio; è anche quella infida trappola che ti convince che, anche se non sei soddisfatto di ciò che sei, di ciò che hai o di ciò che vivi, è meglio che comunque non cambi perché "Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova". Non solo gli individui, ma addirittura le comunità e i popoli stessi hanno le loro abitudini, che vengono normalmente chiamate tradizioni e questo proprio perché fa parte della natura più profonda dell'essere umano il cercare la sicurezza di ciò che già si conosce e il rifugiarsi all'interno dei propri schemi di giudizio. Perché è più facile lasciarsi guidare da questa sorta di manuale d'istruzioni che ci portiamo sempre addosso, piuttosto che cercare di osservare e di capire sia quel che ci sta intorno, sia ciò che siamo e che proviamo. La forza dell'abitudine è anche quella di generare la speranza a cui ciascuno di noi si attacca per cercare di illudersi che ciò che ci ha reso felici non cambierà mai, ma quando ci rendiamo conto che questo non capita quasi mai, ecco arrivare la delusione e l'illusione ancora più pericolosa del "ma prima o poi tornerà come prima".

Per abitudine si può arrivare veramente a fare di tutto, dal mangiare sempre gli stessi cibi, all'approcciarsi alle varie forme d'arte cercando sempre le stesse cose o le stesse caratteristiche; dal costruirci limiti, al giudicare le altre persone; dal parlare dei vari argomenti dicendo sempre le stesse cose, fino addirittura a continuare a vivere assieme anche quando la felicità di condividere la propria vita con la persona in questione è svanita da un bel pezzo.

Perché continui a comprare Nathan Never ti chiedi? Proprio perché ti ha reso felice per talmente tanto tempo, che adesso covi comunque la speranza che tu possa ancora trovare nelle storie, nelle parole e nei disegni quelle emozioni che prima provavi e che adesso ti sembra che ti abbiano abbandonato.

L'abitudine di per sé non è né buona né cattiva, l'importante è continuare a vivere i singoli momenti e le nostre azioni con la coscienza di ciò che stiamo facendo e con lo spirito di chi mette il proprio entusiasmo ogni volta che agisce e che passa attraverso un pezzo di vita. Perché è proprio così che la vita acquista un sapore unico e autentico momento per momento ed è così che ogni attimo diventa un ricordo prezioso, che varrà la pena di essere raccontato e condiviso anche con chi, di quei momenti, non ha potuto farne parte.

venerdì 28 dicembre 2012

La variabile (in)dipendente... parte 2

Tranquilli, non vi siete persi la parte 1, è proprio che non l'ho ancora pubblicata! Perché, allora, intitolo questo post "parte 2"? Semplicemente perché contiene quella che io considero la seconda parte di un discorso più ampio che sto preparando ma, visti i miei tempi di scrittura e la promessa fatta ad un'amica di esprimere quanto prima questa parte di discorso, ho preferito scrivere e pubblicare prima questa, perché se no finiamo quasi alle calende greche!

Andiamo quindi ad incominciare, dicendo di cosa tratta questo post, ovvero della discriminazione femminile.

E' di pochi giorni fa la notizia che un prete ha giustificato il femminicidio (e su questa parola, così come su molte altre ho poi un'osservazione da fare a margine) e, come al solito, si è riaccesa (anche se ho la sensazione che non si spenga mai) la polemica sull'odio che gli uomini hanno per le donne e sulla discriminazione che le donne subiscono.

Premesso che l'esistenza di uomini che discriminano le donne, che usano loro violenza fisica o psicologica (o anche entrambe) e che ritengono le donne creature inferiori sia un fatto tanto brutto quanto vero, la domanda che vorrei porre è: siamo sicuri che sia solo ed esclusivamente questa la radice profonda della discriminazione femminile? Siamo sicuri che tutto si possa ridurre ad una guerra triste e violenta tra certi uomini e le donne?

Per introdurre quello che io considero il cuore del problema, ho due cose da dire: la prima è la considerazione che, a livello personale, un carattere si forma anche sulla base degli stimoli che riceve dal mondo esterno, in particolare da tutto ciò che ognuno di noi vede attorno a sé e, quando sei bambino, anche dai comportamenti che vedi nelle persone che tu hai inconsciamente preso ad esempio ed a modello di vita; la seconda è il racconto di un episodio accadutomi un giorno che andavo a lavoro in treno.
Ero nello scompartimento del treno pendolare Torino-Milano con una mia amica laureata in psicologia infantile e con una sua amica maestra che lavoravano entrambi con i bambini in età da asilo o massimo da elementari e, mentre loro facevano il più classico dei discorsi tra "differenze tra uomini e donne", io intervengo dicendo:

"Scusate ma, visto che voi lavorate coi bambini dai 4 ai 7-8 anni posso chiedervi un paio di cose?"

Al loro "Sì" ecco lo sviluppo del discorso:

Io: "Cosa vi rispondono i bambini quando chiedete loro COSA FARAI DA GRANDE?"
Loro: "Rispondono di tutto di più, dicendo i mestieri dai più normali ai più astrusi".
Io: "E quando chiedete la stessa cosa alle bambine, loro cosa vi rispondono?"
Loro: "9 su 10 rispondo che vogliono sposarsi e avere tanti bambini per fare le mamme".
Io: "Vi siete mai chieste IL PERCHE' di questa cosa?"

Il loro sguardo attonito è stato tutto un programma.

Proviamo a pensare a che tipo di stimoli si trova davanti una bambina:

I giochi che vengono definiti "da bambine" sono: i bambolotti, simulacri di quei bambini a cui si da già per scontato che loro in futuro facciano da madri; le case delle bambole che molte bambine si divertono a rivoluzionare quasi quotidianamente spostando stanze e mobili, simulacri delle case a cui si da già per scontato che loro baderanno in futuro; le cucine e gli elettrodomestici in miniatura (quando addirittura non si mettono loro in mano elettrodomestici veri come l'aspirapolvere) e così via discorrendo.

Se poi parliamo dell'estetica (sia nel vestire che in altri campi) vediamo che gli stimoli che le bambine ricevono fin dalla più tenera età, stabiliscono un canone molto preciso e ramificato sia su ciò che "è bello" (o elegante che dir si voglia) sia su ciò che è brutto. Se vesti un determinato abito di un colore X, questo colore dovrà per forza essere associato ad una serie di colori prestabiliti e dovrà assolutamente evitare di essere associato ad un'altra serie di colori perché con i primi STA BENE e con gli altri STA MALE e, inoltre, questo tipo di combinazioni che STANNO BENE o STANNO MALE, riguardano anche il taglio ed il tessuto dei singoli capi di vestiario; una ragazza che abbia un corpo con una caratteristica principale (più o meno alta, più o meno formosa, con un viso più o meno regolare) avrà degli abiti che l'estetica canonizzata gli dice essere ADATTI a lei e abiti che NON SONO adatti. Praticamente si costringono le bambine a maturare solo quei gusti personali che si adeguano ai canoni prestabiliti. Si arriva addirittura a definire quali comportamenti siano CONVENIENTI o SCONVENIENTI in relazione agli ambienti in cui ci si trova ed alle persone con cui si sta interagendo, perché tutto deve essere studiato fino al minimo dettaglio e, quando capita che la bambina, ormai ragazza, si chieda il perché di tutto questo la risposta degli adulti (e delle donne in particolare) fin troppo spesso è "se no come lo trovi un uomo?" 

Praticamente tutto (o comunque la grande maggioranza degli stimoli esterni) nella vita di un essere umano di sesso femminile, se guardate, parla di FAMIGLIA, CASA, FIGLI, FIDANZATO/MARITO ed è questo il punto fondamentale: siete talmente bombardate con stimoli a senso unico che in molti casi la vostra fantasia di bambine e di ragazze si atrofizza verso un unico e solo obiettivo a cui puoi solo decidere o di sottometterti o di ribellarti. Il problema è che, qualunque delle due modalità tu scelga, sarai messa in condizione di doverti comportare o secondo il canone tradizionale, o secondo il canone detto anticonformista (e tra l'altro questo è un meccanismo di controllo che viene usato sia nei confronti delle donne che degli uomini, ma su questo scriverò in un altro post). 

Questa è la prima vera discriminazione nei vostri confronti: vi rubano il gioco e la fantasia! Ovvero gli strumenti principali che abbiamo nell'infanzia per imparare ad esprimerci e a relazionarci col mondo esterno. Fin dalla più tenera infanzia e mano a mano che crescete diventando prima ragazze e poi donne, venite letteralmente forgiate, plasmate e programmate per vivere la vostra vita con un unico scopo e secondo un unico schema.

E la cosa più atroce di tutta questa situazione è che, con la capacità che avete di vivere fino in fondo le emozioni che provate, potreste veramente vivere delle vite straordinarie, se solo riusciste a sbloccare la vostra fantasia e la vostra voglia di giocare.

Se pensate che stia esagerando, vorrei invitare tutte le donne che sono almeno anche madri a pensare a questa situazione:

Siete in pensione, tutti i vostri figli stanno vivendo la loro vita in maniera indipendente e lontano dalla vostra casa e siete sole. La domanda è: da che cosa traete la gioia di vivere se non avete attorno più nessuno a cui dedicarvi?

E a questo punto torno a chiedermi:

Siamo sicuri che gli ostacoli per la parità tra uomini e donne arrivino SOLO ed ESCLUSIVAMENTE dagli uomini?

Vi invito a riflettere su quanto ho scritto e gradirei che, chi vuole, lasci un suo commento.

Ciao e a presto.

giovedì 29 novembre 2012

Uno sguardo sulla fine

Esistono momenti in cui stai pensando ad alcune cose che vorresti scrivere, ci lavori su, cominci a costruire i vari discorsi, a dar loro forma e anche a chiederti quale scrivere prima e quale dopo e, all'improvviso, ecco che l'ambiente esterno ti catapulta addosso da più fonti un argomento che non c'entra assolutamente nulla con ciò che tu hai in mente, ma che sostituisce di botto tutto quello su cui hai girato fino a quel momento.

Stavo mettendo in ordine le idee per scrivere dei post che parlassero della mia passione per i fumetti, del mio essere caotico e bambino, pur senza essere infantile, e di una pericolosissima malattia che io chiamo S.R.G. (e non pensate che io vi dica adesso cosa significa questo acronimo, perché lo svelerò solo quando ne parlerò più diffusamente) ma, nel giro di poco meno di una giornata mi è capitato di captare conversazioni e scritti che puntavano sul concetto di "Fine" inteso sia come morte, sia come termine di un sentimento o di storia, sia come consunzione di un qualcosa e quindi mi dico: "E va bene, affrontiamo il discorso sulla fine" e, per iniziare voglio partire da uno spunto datomi da un post del blog "Ragno Velenoso", in particolare quando dice che

"la gente comincia a fare qualsiasi cosa con l'ottimismo/pessimismo di dire Non finirà mai" 

(e tra l'altro io ci aggiungo anche la frase "non cambierà mai")

Tutte le volte che sento parole del genere l'unica cosa che riesco a percepire è la volontà di chi le pronuncia di illudersi che possano esistere situazioni senza una fine e/o senza cambiamenti.

Possibile che sia così difficile per noi accettare il fatto che esiste una fine per tutto ed è anche giusto che sia così?

E' tutta la giornata che nella mia mente si rincorrono ricordi di tre particolari discorsi che mi sono trovato a fare, due con mia moglie e uno con il sacerdote che ci ha sposati e, vista la loro attinenza con questo discorso, li condivido.

Mancano pochi mesi al matrimonio e , visto il fatto che lei è credente e praticante, mentre il sottoscritto è completamente agnostico e pure non battezzato, il sacerdote (che già conosceva la mia futura moglie da diversi anni) aveva chiesto di potermi parlare a quattrocchi e, per questo, avevamo combinato di trovarci a Roma, dove sapevamo che, a breve, saremmo dovuti andare tutti. Arriva così il pomeriggio in cui abbiamo appuntamento e, dopo aver parlato di alcune cose tutti e tre assieme, lei esce e io e il sacerdote iniziamo a parlare. A un certo punto il discorso cade proprio sul concetto di "per sempre" e, a quel punto, ecco che mi trovo a dire: "Io so benissimo che la mia storia con lei finirà e su questo non ci sono dubbi. Perché, se va bene, la storia finirà con la morte di almeno uno dei due e quindi vorrà dire che avremo condiviso la nostra vita fino alla fine, ma questo potrebbe anche non capitare, perché potremmo trovarci a capire che non riusciamo più a vivere assieme senza farci del male, e quindi potremmo decidere di andare ognuno per la propria strada. Non so cosa ci porterà il futuro, se sapremo essere felici assieme oppure no, ma io so che sono disposto a vivere questa storia fino alla fine".
(Tra l'altro nella pps che io e mia moglie abbiamo fatto con alcune foto tratte dal giorno del matrimonio, l'ultima di queste è una sua foto in cui sta ridendo di gusto che abbiamo deciso di commentare con la frase "Fino alla fine"!)

Siamo verso la fine del 2010, in uno dei periodi più duri che abbiamo affrontato finora. Mia suocera è morta da pochi mesi e il dolore di mia moglie è un qualcosa di quasi solido che staziona attorno a lei e, spesso, parliamo un po' per ricordare e un po' per esorcizzare il tutto eppure, da qualche tempo, un pensiero mi ronzava in testa e per questo ne ho parlato con lei e le ho detto: "E' vero, tua madre è morta. Capisco il dolore che provi e capisco il fatto che ne senti la mancanza, ma vorrei farti una domanda: vuoi pensare un attimo al momento in cui è morta? Era in vacanza con suo marito, l'uomo con cui ha condiviso ben 51 anni della sua vita; era felice ed allegra; era felice per te, perché aveva la coscienza che tu avevi la tua vita e camminavi sulle tue gambe, perché ha visto che hai saputo affrontare tutte le difficoltà che ti sei trovata davanti e hai raggiunto quello che volevi... un secondo prima rideva e scherzava, e il secondo dopo non c'era più. Riesci ad immaginarti un momento e un modo migliore per morire?"

E' l'estate del 2005, stiamo assieme da pochi mesi e, una sera, affittiamo il dvd de "I ponti di Madison County" (evito di parlare del film, perché se no non finisco più). Quando finisce io la guardo e le dico: "non farmi mai una cosa del genere: se vedi che con me non sei felice, non stare con me per abitudine o per pietà, ma abbi il coraggio di dirmelo e io ti lascerò andare. Non importa il sentimento che provo per te, perché tu, come ogni altro, hai diritto a vivere felicemente e, visto che può capitare che, nonostante i sentimenti e le buone intenzioni, io non sia la persona adatta per far sì che ciò accada, allora il restare assieme sarebbe solo uno spreco di tempo".

Tutto finisce e nulla è scontato nella vita, ma quello che ho capito è che l'importante è vivere appieno ogni momento esprimendosi sempre in maniera sincera, perché è guardando sempre in faccia alla realtà che puoi affrontarla sempre al meglio.

domenica 4 novembre 2012

Time What is Time

Ci sono volte in cui avresti voglia di spiegare una tua idea, ma i concetti e i modi in cui vorresti spiegarla ti rimbalzano continuamente in testa in mille modi differenti e non sai mai né se sceglierne uno, né se una combinazione di quelli che ti vengono in mente. In ogni caso, che sia uno solo od una combinazione, non riesci a capire quale scegliere. 

A volte capita che questi concetti restino quasi seppelliti per anni, fino a che non trovi un punto di partenza adatto... e a volta capita che l'incipit adatto non sia farina del tuo sacco, ma di quello di qualcun altro.

Per questo, prima di tutto, volevo farvi leggere questa pagina tratta da un fumetto che ho avuto modo di rileggere per intero poco tempo fa: il fumetto in questione è GEA, ideato scritto e disegnato da Luca Enoch e edito dalla Sergio Bonelli Editore.

(Se qualcuno poi volesse recuperare l'albo da cui è tratta questa pagina si tratta del n° 7 della serie di 18 albi intitolato LA CROCIATA DI CLIVE).


Come avete potuto capire il punto centrale del discorso che Gea (la ragazza bionda con gli occhiali) si sente fare dall'altro personaggio, riguarda il tempo e il modo in cui noi lo approcciamo. Quante volte sentiamo dire (o diciamo) "vorrei fare [qualsiasi cosa ti venga in mente] ma non ho il tempo di farla" oppure "non ho più tempo per me" o "non mi resta il tempo di fare nulla"? Io sto sentendo queste frasi talmente tante volte, che comincio davvero a pensare che siano troppe. Davvero il tempo che abbiamo è così poco, o forse non saremo noi a starlo utilizzando male? Non saremo forse noi a sprecarlo in attività che di fatto non ci servono né a sopravvivere né a gioire o a godere della nostra vita, ma che pensiamo comunque di dover fare perché "non ne possiamo fare a meno"?
Dal marzo 2004 io lavoro a 100 km di distanza da casa mia e, fino a dicembre dello scorso anno, facevo il pendolare sul treno. Quella particolare condizione faceva sì che la mia giornata fosse preventivamente programmata da fattori esterni (orari di lavoro e orari dei treni) per 15 - 16 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, eppure, nonostante quello, vedevo che il tempo "per me", per esprimere me stesso e per coltivare quelle mie passioni che arricchiscono la mia vita con la gioia e la felicità che va oltre la soddisfazione di sapere che puoi sopravvivere nel mondo con le tue sole forze, sono sempre riuscito a trovarlo. A volte toglievo qualche frazione di tempo al sonno, a volte o sfruttavo il viaggio o mi ritagliavo momenti in cui mi isolavo dal mondo esterno, a volte organizzavo proprio i miei impegni in modo tale che ci fosse sempre e comunque un momento di tempo che io potessi utilizzare esclusivamente per me.
Nel corso degli anni mi sono sempre sentito dire da svariate persone che loro "non avevano tempo, perché dovevano lavorare".... Ma io mi chiedo: ma lavorare per chi? Per un'azienda? Per una famiglia? Per i figli? Per l'universo mondo? Vedo persone vivere praticamente sul posto di lavoro, che non ascoltano neanche quando il loro corpo gli dice con la malattia che dovrebbero fermarsi; vedo persone che si affannano a cercare di accumulare più denaro possibile, per poi non avere la minima idea di come usarlo; vedo persone che si annullano o nel seguire i propri parenti, indipendentemente dal fatto che i parenti in questione li rispettino o li disprezzino o nell'adeguarsi ai gusti e alle esigenze della persona con cui vivono; vedo persone che non riescono a star ferme neanche un momento ad ammirare la bellezza che li circonda (sia questa sotto forma di paesaggio, di lettura o di musica); vedo persone che fanno tutto per i propri figli e per la propria casa, ma si dimenticano di regalarsi un momento per fare quello che a loro da piacere. Vedo tutte queste persone e, guardandole negli occhi e sentendo i loro discorsi, vedo e sento la loro insoddisfazione per ciò che stanno vivendo.

Per questo, ultimamente, torno spesso a chiedermi:

Ma davvero tutto quello che pensiamo di dover fare è proprio necessario? 
E' davvero così indispensabile "fare buona impressione" sugli altri?
Abbiamo davvero bisogno di tutto quel denaro che pensiamo di dover accumulare?
Siamo così sicuri che l'amore e la vita richiedano veramente tutto questo sacrificio?


Ultimamente queste domande mi ronzano parecchio in testa e la risposta che mi viene da dare, però, sempre più spesso è un semplice "No".

sabato 13 ottobre 2012

Movin' On.... Part 2

Ovvero: IL GIORNO PIU' LUNGO


E' la mattina del 5 settembre 2012. Alle prime luci dell'alba un micio e una strega osservano la loro tana letteralmente invasa dagli scatoloni e si guardano. Non servono parole, perché entrambi sanno che cosa sta per succedere: saluteranno definitivamente la casa che gli ha ospitati negli ultimi 5 anni e mezzo e che, nell'ultimo anno, aveva realmente cominciato ad entrare in crisi da "troppo riempimento", per spostarsi in quella nuova casa per cui tanto avevano parlato, progettato e lavorato.

Sono momenti che ciascuno dei due vive in modo diverso, sentendo sulla sua pelle le sensazioni regalate dal cambiamento, dopo di che... ecco giungere sul luogo la squadra dei traslocatori, composta da 5 persone, con: 2 camion (di cui uno per la gru e uno per trasportare la "casa in scatola"), 1 furgone e 1 veicolo di misura intermedia che loro, in gergo tecnico, chiamano comunque furgone ma, vista la forma, io chiamo comunque camion (e per tanto d'ora in avanti chiamerò questo mezzo intermedio "camioncino").

Visto che nel camioncino (già pieno fino all'orlo), c'erano tutti i mobili e le cose che arrivavano dalla casa di Lecce più una cucina che ci è arrivata in regalo da una coppia di miei amici, che dovevano togliere i mobili dalla casa che stavano vendendo, la casa in scatola avrebbe dovuto essere messa nel camion più grande e, allora, ecco che già all'alba delle 7.30 di mattina, iniziano i lavori di carico.

Mentre uno dei cinque viene spedito a svuotare la cantina (sfruttando un po' di scatoloni portati apposta, visto che con la rimanenza delle scatole portate il giorno prima per imballare si rischiava di non averne a basta) ecco che gli altri quattro si coordinano per spostare gli scatoloni e i mobili, prima dalla casa alla gru e poi dalla gru al camion (con anche qualche scenetta gustosa del tipo uno dei traslocatori che viaggia tranquillo sulla piattaforma della gru e mia moglie a cui vengono le vertigini anche solo al pensiero) e mentre ci si avvicina al mezzogiorno, il traslocatore anziano sentenzia in mia presenza: "ieri non ne potevo più di imballare roba. Oggi non ne posso più di caricare sul camion!"

Quando si parte da casa vecchia, sono ormai le 12.30 passate e si ha:

1) Il camioncino col contenuto che arrivava da lecce e da lodi
2) Il camion pieno fino all'orlo del contenuto di casa vecchia
3) Il ducato che era già stato riempito una volta con i mobili che poi avremmo lasciato ad un mercatino locale dell'usato, e poi una seconda volta con due divani presi dal suddetto mercatino e la rimanenza dei mobili di casa vecchia che sarebbe stato traslocato.

Subito dopo l'arrivo a casa nuova di tutta la colonna, passa un'oretta circa in cui sia la squadra del trasloco che noi ci rifocilliamo dopo una mattinata decisamente sostanziosa, dopodiché inizia la fase di riempimento di casa nuova.

Mentre i traslocatori si dannano letteralmente per portare su tutto quanto, io e mia moglie siamo una sorta di moto perpetuo per dare le indicazione su dove mobili e scatoloni vari dovessero essere dislocati tant'è che, ogni tanto, mi tocca far sedere la mia mogliettozza quasi a forza, quando vedo il suo viso farsi quasi cianotico, ma la scena più comica avviene verso le 16.30 e ha come protagonisti mia moglie, una nostra amica comune e il traslocatore anziano che, una volta svuotati ducato e camioncino, hanno il seguente scambio di battute:

Amica comune a mia moglie: "certo che ne avete adesso di roba da sistemare!! ma come farete a far stare tutto in casa?!?"

Traslocatore anziano ad amica comune: "E il bello deve ancora arrivare!"

Amica a traslocatore: "Ma non avete finito di svuotare il camion?!?!?"

Traslocatore: "veramente c'è ancora tutto il contenuto dell'appartamento di cossato da tirare su, che sta nel camion!!"

Amica comune....

TUMP!!!!


IO:
Verso le 22 casa nuova è piena zeppa di mobili e scatoloni, i traslocatori sono andati via dopo aver finito tutto che erano le 19.30 e noi, stanchi e sfatti, ci accingiamo a passare la prima notte in casa nuova, contenti di esserci e coscienti di tutto il lavoro che ci aspetta per svuotare e riordinare i quasi 200 scatoloni stivati nelle varie stanze.

Il seguito alla prossima puntata :)

per leggere il punto di vista della streghetta... clicca qui

martedì 25 settembre 2012

Orgoglio...

So cosa significa per te quello che è successo oggi
So che ne avevi bisogno per tutto quello che ti è accaduto
So che ne avevi bisogno per tutti quelli che ti hanno disprezzato e vilipeso
So quanta fatica ti è costato.

Sappi che sono molto orgoglioso di te e di come sei, ma lo sono comunque, a prescindere da oggi.

Perché basta la tua lotta quotidiana contro la malattia
Perché basta la tua forza di voler affrontare ogni nuovo giorno col sorriso sulle labbra
Perché basta la tua determinazione nel perseguire i tuoi obiettivi
Perché basta la tua sensibilità verso gli altri, anche se a volte faresti meglio a pensare un po' più a te stessa
Perché basta il modo in cui cerchi sempre di rialzarti dopo ogni colpo che la vita ti scaglia contro
Perché basta la persona che sei per farmi dire che sei eccezionale e che sei una delle migliori persone che io abbia mai conosciuto e per questo io sono orgoglioso di quello che sei e ti ringrazio di avermi accolto nella tua vita e di aver lasciato che diventassimo marito e moglie.

lunedì 10 settembre 2012

Movin' On.... Part 1

Ovvero..... MA QUANTO E' PIENA QUELLA CASA?!?!?!?

Antefatto

Era il 27 marzo 2005, da poco più di una settimana, vivevo da solo in casa mia, un appartamento di poco più di 45 metri quadri acquistato da pochi mesi, e, volendo condividere con alcune conoscenze ed amicizie come l'avevo sistemata, ho mandato via mail alcune foto ad amici e colleghi; dopo pochi minuti, mi arrivano praticamente in contemporanea due mail di risposta da due mie colleghe con una frase detta praticamente in stereofonia.... MA QUANTO E' PIENA CASA TUA?!?!?!?!

Di lì a poco più di un mese, ho conosciuto la donna che sarebbe poi diventata mia moglie e, tenendo comunque conto del fatto che io continuavo ad ampliare le mie collezioni di cd e fumetti, dal marzo 2007, la mia casetta ha dovuto fare i conti anche con il fatto che la mia futura moglie era venuta a convivere con me, portando con sé le sue passioni e i suoi oggetti (anche se solo in parte, perché già allora tutti non ci sarebbero stati neanche mettendoli dentro con una pressa). Fin da prima della convivenza, in ogni caso, tutti e due ci eravamo accorti che la mia tana era un po' troppo piccola per due persone come noi e quindi, dopo esserci sposati, siamo partiti con la ricerca di una nuova casa che potesse soddisfare le esigenze di entrambi.

Non sto a ricordare tutte le traversie che abbiamo passato (chi volesse saperne di più cerchi pure tra i vecchi post di questo blog o del blog di mia moglie) ma alla fine siamo arrivati al momento di traslocare dalla mia tana al nostro antro e.....

CAPITOLO 1 --> Come ti sconvolgo un traslocatore professionista

E' il 4 settembre 2012 e, in un momento in cui non possiamo vederli, due delle persone che ci avrebbero fatto il trasloco sono a colloquio con il loro capo, che aveva fatto un sopralluogo qualche settimana prima, e li avvisa: "occhio che la casa è piccola.... ma è MOLTO TOSTA!". Al momento dell'arrivo dei due traslocatori, che nella giornata avrebbero dovuto imballare tutto ciò che c'era in casa (N.B. in quel momento CD e Fumetti erano già stati preventivamente inscatolati da noi nella modica quantità di 54 scatole) l'unica persona in casa è mia moglie ma io mi immagino la loro faccia perché, quando il giorno dopo mi sono trovato a parlare col traslocatore anziano del gruppo, lui mi ha detto "quando sono entrato ieri in questa casa sono rimasto scioccato dalla quantità di cose che c'era dentro". Altro piccolo dettaglio è stato che loro avevano portato 100 scatoloni per poter imballare sia la casa che la cantina... dopo 4 ore e mezza di continuo imballo, mia moglie mi manda un messaggio sul lavoro che mi dice "i traslocatori temono di non aver abbastanza scatoloni per imballare tutta casa"...

Che dire se non: 2 persone, 45 mq di casa..... e io e mia moglie abbiamo mandato in crisi una ditta di traslochi?!?!?

Per il secondo capitolo, ci sentiremo presto ;)

per chi volesse anche leggere l'altra campana... clicchi qui