sabato 11 luglio 2015

Di ferite, guarigioni e cicatrici

Ovvero, come ho vissuto questi mesi passati dopo l'incendio.

Sono passati ormai più di otto mesi dal giorno in cui la nostra casa è stata ferita dall'incendio che l'ha colpita il 3/11/2014; mesi in cui si sono mescolati molti eventi e molte sensazioni che non ho ancora avuto modo di vivere ed accettare fino in fondo.

In questi mesi ho vissuto di tutto: dallo stupore e smarrimento iniziale, nel vedere la nostra camera da letto brutalmente danneggiata dal fuoco, e la nostra casa letteralmente invasa dalla fuliggine e dal nerofumo che ricopriva ogni singolo oggetto, alla voglia di ringraziare tutti coloro che ci hanno aiutato e dimostrato grande solidarietà, dal primo giorno in cui si sono dovute fare pulizie urgenti, alle settimane successive, dove si sono dovute fare pulizie grosse; dalla rabbia feroce che mi ha assalito, nel rendermi conto che non avrei potuto aiutare mia moglie come avrei voluto e come sarebbe stato necessario, a causa del fatto che non avevo più giorni di permesso disponibili da poter prendere (e di questo so benissimo chi devo "ringraziare"), alla determinazione nell'organizzare comunque il processo di ripristino della nostra casa, in modo tale da subordinare i lavori al nostro grado di energie e di tempo disponibili, a costo di diluirli in un arco di tempo più lungo del previsto (perché non doveva esistere che, per avere di nuovo una casa agibile in breve tempo, noi si rischiasse di compromettere la nostra salute, o il nostro equilibrio sia personale che di coppia); dallo scoramento nel periodo tra dicembre e gennaio dove, tra cambiamenti sul lavoro e problemi con le assicurazioni, mi sono trovato (per la prima volta in più di 40 anni di vita) a farmi 3 influenze quasi consecutive, alla voglia di non cedere alla tentazione di seguire la logica (per me assolutamente errata) del "finché non sarà tutto a posto non possiamo permetterci di festeggiare alcunché o di riposarci in alcun modo"; dalle difficoltà a dover gestire due tipi di reazioni al trauma praticamente opposti, al divertimento nella ricerca di quella che sarebbe stata una linea comune nella riprogettazione - restaurazione di casa nostra; dal sollievo per l'inizio dei lavori di ristrutturazione, al dubbio di come poter gestire la concomitanza dei lavori in casa nei miei giorni di telelavoro, fino alla contentezza nel vedere sparire mano a mano le tracce dell'incendio, per far largo alla nuova dimensione di casa nostra, così come l'abbiamo ripensata.

In tutto questo, però, ho cercato di lasciar trasparire il meno possibile per quanto riguarda il quanto l'incendio mi avesse colpito, perché mi sono reso conto di quanto questo avesse ferito molto di più mia moglie, portandole via, oltre che molti oggetti, anche molti ricordi per lei importanti. Per questo ho cercato di non buttar fuori le mie angosce o le mie preoccupazioni di quel momento, da una parte per evitare di aggiungerle stress e negatività in un momento che ne era già assolutamente carico, e dall'altro per lasciare che fosse lei a potersi sfogare, per alleggerire il carico che aveva addosso, anche se la cosa non è stata molto facile, e mi rendo conto di aver avuto alcuni sprazzi di forte irritabilità, come non capitava da un po'.

In questi mesi abbiamo vissuto anche alcuni momenti piuttosto tesi, per via della stanchezza che cresceva sempre più, a fronte di una situazione in cui sembrava, anche a causa di parecchie inefficienze esterne, che la fine non dovesse arrivare mai. Sono stati momenti in cui ci siamo trovati a sbroccare ciascuno dei due nei confronti dell'altro, ma alla fine ne siamo venuti fuori. Giusto questo mercoledì (8/7/2015), infatti, siamo riusciti di nuovo a dormire in quella che è camera nostra e sappiamo che mancano solo alcuni ritocchi marginali, più lo svuotamento di una dozzina di scatoloni, per chiudere definitivamente il capitolo "lavori in casa".

Come ho detto all'inizio, questi sono stati mesi molto duri, ma sono anche stati mesi in cui siamo riusciti, oltre alla ristrutturazione, a realizzare compiutamente il "progetto casa" che avevamo in mente quando siamo entrati qui, ma che in quel momento noi non si era riusciti a far fare, e oggi casa nostra è quella che noi volevamo che fosse.

In questi mesi le sensazioni più brutte, me le hanno date l'odore di fumo, che nei primi mesi impregnava ogni singola cosa, e il trovarsi di colpo, anche verso marzo - aprile, le mani sporche di fuliggine per aver toccato qualcosa in casa (cosa che mi rimandava alle prime settimane post incendio, dove lo sport della casa era proprio il lavaggio mani). Infine, una delle cose che so essere pesata molto a entrambi è stato il fatto che non ci sentivamo più liberi di invitare e di accogliere gli amici come facevamo prima perché, se da una parte c'era comunque la voglia di ospitarli come sempre, dall'altra c'era la sensazione di avere la casa che non era in condizione per poter accogliere gli amici come noi volevamo.

In questi mesi la mia ferita è stata data dal fatto che non ero nelle condizioni per aiutare mia moglie come avrei voluto; la mia guarigione è stata il vedere casa nostra riprendere forma, e mia moglie risollevarsi dalla tensione e dalla stanchezza; la mia cicatrice e il sapere che mia moglie, a causa di questo periodo, è peggiorata di salute, anche se continua a vivere sorridendo e gioendo di ogni cosa bella che le capita.

Ma da oggi si riparte. La casa in cui abitiamo è tornata ad essere Casa Nostra, con i suoi suoni, le sue luci e i suoi colori, e noi possiamo finalmente lasciarci alle spalle il fardello della tensione e della paura di non essere in grado di superare il periodo che l'incendio ci ha costretto ad affrontare.

Siamo noi, siamo ancora vivi e siamo tornati ad essere quello che eravamo.

A presto.

sabato 27 giugno 2015

Voglia di No(t)te

Fin da bambino ho ascoltato musica e, dall'adolescenza in avanti, la musica è stata ed è la mia passione più grande; da quando, sedicenne, ho passato notti nella mia stanza alla luce di un abat jour a leggere i fumetti, prima di Tex Willer, e poi di molti altri personaggi, la notte è il mio momento magico. 

Nella musica che ascolto e colleziono, mi piace il fatto di poter scegliere o di rivivere momenti e emozioni già vissute, ascoltando canzoni che, nel corso del tempo, ho imparato a memoria, oppure di cercare nuovi orizzonti in quei suoni ascoltati in maniera distratta, subito dopo l'acquisto, per poi finire per anni come un pezzo della collezione tra i tanti, ma che aspetta il momento che l'ispirazione all'ascolto mi riporti di nuovo da lui. 

Nella notte arriva l'energia dei pensieri, dello sguardo rivolto verso sé stessi, e della voglia di esternare, o su un foglio di carta o, negli anni successivi, su una delle pagine virtuali della rete, il proprio sentire e il proprio vibrare. Nella notte respiro l'energia del buio e del silenzio, per vivere appieno ogni suono che ascolto, ogni parola che leggo e che scrivo.

Di fondo io sono un solitario. Osservo e ascolto il mondo attorno a me, mi costruisco la mia gioia di vivere coltivando le mie passioni e la mia curiosità, per poi condividerne i frutti e gli entusiasmi anche con le altre persone, ma ci sono momenti, come questo, che sono solo miei. I momenti delle vibrazioni notturne, delle stellate d'inverno, della musica in cuffia e delle parole che si susseguono l'una all'altra, senza necessariamente creare un discorso completo e coerente. 

Questa è stata un'altra di quelle notti dove, ascoltando uno di quei dischi accantonati per anni, ho voluto spiegare cosa significa la notte per me.

A risentirci a presto.

[Colonna sonora del post: album LO SGABELLO DEL ROSPO dei Fiaba]

sabato 30 maggio 2015

Una spiegazione (musicale) dovuta

Come promesso alle persone di Song Pop Italia, pubblico questo post, per spiegare i motivi che sono alla base delle mie affermazioni sui Beatles, che avete letto sul gruppo giorni fa.
Innanzi tutto, voglio sintetizzare quanto detto finora in questo modo:
1)      Mi piace la musica dei Beatles? Sì
2)      Che importanza hanno avuto i Beatles per la musica ispirata dal rock? Da 0 (importanza nulla) a 100 (massimo possibile), almeno 90. Questo perché le idee musicali che hanno avuto sono state di ispirazione per diverse generazioni di musicisti e gruppi nei decenni successivi
3)      Ritieni che i Beatles siano la più grande band di sempre? No
4)      Come giudichi la musica dei Beatles? Da 0 (il peggio possibile) a 100 (il massimo possibile), dico intorno ai 65

A questo punto vado a spiegare il perché di quanto detto.

Tutto parte da una considerazione di base: la musica non è come altre arti. Provate a pensare ad un pittore, uno scultore, un architetto, o uno scrittore. Ciascuno di loro crea la sua opera in un momento in cui non viene percepita da nessun altro, la modella e le da la sua forma definitiva, che viene fissata e resa immutabile prima che il pubblico possa accedervi e, infine, solo dopo che questa forma definitiva sarà stata raggiunta allora potrà essere contemplata nella sua interezza, che ha anche un'altra caratteristica: quella di essere (al netto dell’erosione del tempo) immutabile. Un palazzo, una scultura, un libro, un quadro, un disegno sono oggetti fissi, la cui bellezza è intrinseca nella loro forma finita. Lo stato emotivo dell’artista nel momento in cui sta componendo l’opera, è assolutamente ininfluente sulla percezione avuta da chi contempla l’opera finita. Per la musica è diverso, perché la musica vive di vibrazioni e risonanze, che esistono solo nel momento in cui l’artista la crea, e queste assorbono lo stato emotivo di chi sta suonando e lo ritrasmette a chi ascolta. Questo fa sì che ogni volta che una canzone viene suonata, si ricrei da zero creando potenzialmente emozioni che differiscono sia in tipo che in intensità. In molte altri arti l’artista completo è semplicemente un creatore, mentre nella musica deve essere contemporaneamente creatore, esecutore ed interprete, ed è questo a fare la differenza. Perché se quando registri una canzone in studio (rendendola di fatto immutabile) non ti fai coinvolgere in maniera emotivamente profonda in quello che stai suonando e raccontando, anche se la melodia e il testo fossero potenzialmente i più belli in assoluto, la canzone sarà semplicemente una banale esecuzione, senza forza e senza carattere.  

Per spiegarmi:
1)      La capacità tecnica di padroneggiare gli strumenti, riguardi il musicista come esecutore
2)      La capacità di comporre musica e testi, riguardi il musicista come compositore
3)      La capacità di trasmettere l’emozione intrinseca di ciò che si sta suonando e/o cantando, riguardi il musicista come interprete.

Ora, per me, per rientrare nel novero dei “più grandi di sempre”
1)      Non è sufficiente essere degli esecutori di prima forza e, a determinate condizioni, non è neppure necessario
2)      Non è sufficiente essere compositori di prima forza e, anche se l’essere compositori è una condizione necessaria, a volte può bastare un livello almeno discreto
3)      È assolutamente necessario essere grandi interpreti, anche se, pure questo, non è di per sé sufficiente
4)      È assolutamente necessario che la capacità interpretativa e compositiva regga alla prova del tempo, che non si basa solo su quanto tempo le canzoni / album creati in un determinato periodo mantengano la loro potenza espressiva, ma anche, e soprattutto, sulla capacità del musicista di mantenere (ed eventualmente affinare) la sua capacità di creare emozioni nella sua composizione e di trasmetterle con la sua interpretazione, nel corso dei decenni, al variare del contesto storico in cui si vive, e delle proprie esperienze di vita, che ci fanno evolvere (e a volte involvere) come persone.


Ciò che non mi ha mai fatto dire che “i Beatles sono i più grandi di sempre” riguarda il fatto che:
1)      La musica da loro composta si esaurisce nell’arco di 8 anni, tra l’altro facenti parte di un unico e ben definito periodo storico, e quindi l’entità Beatles non ha passato la prova del tempo, perché, anche se è vero che, a più di 50 anni di distanza, i loro pezzi sono sopravvissuti, comunque manca la prova che questa capacità compositiva dei Beatles si sarebbe potuta protrarre anche solo nel corso del decennio successivo.
2)      Io percepisco la loro capacità interpretativa (per me la più importante di tutte) come veramente scarsa. Tanto che sento le canzoni dei Beatles interpretate da chi ne fa le cover (famoso o meno che sia) e sento intensità e trasporto da parte degli artisti decisamente maggiori che non a sentirle interpretate dai Beatles stessi.

Ad esempio, io ascolto “Let It Be” suonata da Aretha Franklin, e sento la forza e l’intensità di una preghiera cantata con tutta l’anima da parte di chi la interpreta; la sento suonata dai Beatles e mi sembra una melodia accattivante, che ti resta anche in testa, ma assolutamente priva di spessore emotivo quasi fosse un qualcosa di fischiettato distrattamente; ascolto altri loro pezzi (cito a caso “A Hard Day’s Night”, “Come Together”, “Hey Jude”, “C’mon Everybody”, “Yellow Submarine”, “Eleanor Rigby”, “All You Need is Love”, “Strawberry Fields Forever”, “Lucy in the sky with Diamonds” o anche altre) e, nonostante le sonorità siano diverse, ho sempre la sensazione, per me fortemente disturbante, che suonino senza lasciarsi coinvolgere emotivamente. E questo è qualcosa che, per il mio giudizio, è assolutamente devastante, perché io vivo la musica come un mezzo attraverso cui si veicolano emozioni allo stato puro e l’emozione non è solo quella vive l’ascoltatore quando ascolta un pezzo, ma è anche (e per me soprattutto) il riconoscere dentro di sé l’emozione che voleva trasmettere l’artista attraverso il suo componimento e la sua interpretazione.

Parlando di alcuni commenti alla mia lista di gruppi che hanno fatto “musica migliore”, dico che ho cercato nella mia memoria gruppi o artisti che avessero composto ed interpretato musica
1)      Per almeno 10 anni e in almeno 2 decenni differenti o
2)      Per archi di tempo anche più brevi, ma ad almeno dieci anni di distanza gli uni dagli altri
3)      Di diverso tipo in diversi periodi della loro carriera artistica
4)      Con un’identità forte e propria

In più tenevo anche a rispondere ad alcuni punti in particolare

1)      A chi mi ha detto “hai messo gli artisti che ti piacciono”, dico che è vero che tutti gli artisti che sono in quella lista mi piacciono (anche se non di tutti gli artisti che ho segnato mi piace tutto quello che hanno fatto), ma è altrettanto vero che ci sono molti altri artisti o gruppi che mi piacciono (e magari anche di più di altri che fanno parte della lista, ma che non ritenevo avessero caratteristiche per starci)
2)      A chi si è stupito per alcuni nomi nella mia lista (in particolare Zucchero, gli Europe e gli Skiantos) rispondo dicendo che per me fanno parte di tre tipologie di artisti, ovvero:
a.       Gli Skiantos fanno parte di quegli artisti che, fregandosene completamente di qualsiasi cosa legata alle logiche commerciali, hanno continuato a fare la loro musica mettendoci sempre dentro quello che era il loro spirito, e lo hanno fatto per più decenni, anche se lontano dalle grandi scene
b.      Zucchero fa parte di quegli artisti che, pur non smettendo mai di fare musica, dopo il momento di maggior successo, hanno passato un periodo di crisi in cui avevano banalizzato la loro, salvo poi, magari anche a distanza di diversi anni, riprendersi ritrovando il loro spirito originario
c.       Gli Europe fanno parte di quei gruppi che, riformatisi ad anni di distanza, riescono a ritrovare una vena di ispirazione che li rende ancora in grado di dire e dare qualcosa a livello musicale, anche facendo cose decisamente differenti da quelle che li avevano portati al successo
3)      A chi mi ha chiesto del perché dell’assenza di alcuni gruppi (in particolare Deep Purple, Nirvana e Cirith Ungol) dico che
a.       Deep Purple e Cirith Ungol, pur piacendomi, sono gruppi che ho frequentato marginalmente e non mi sento di metterli in quella lista
b.      Per quanto riguarda i Nirvana, fanno parte di quei gruppi (come anche Jimi Hendrix e Doors, per esempio) che hanno dato tutto in un numero di anni troppo limitato perché si potesse vedere l’effetto che il tempo avrebbe avuto sulla loro capacità di comporre ed interpretare.
4)      A chi mi ha fatto notare che “non c’è mai più stato qualcuno che abbia avuto un impatto sulla musica così come lo hanno avuto i Beatles” volevo dire che il problema, ad oggi, è che questo gruppo potenzialmente così rivoluzionario e devastante per la musica, potrebbe anche essere già attivo ed essere pure il gruppo formato dai vostri vicini di casa, ma sarebbe molto difficile che la sua musica possa arrivare alle vostre orecchie. Questo perché fino alla prima metà degli anni ’80 chi gestiva i mezzi di diffusione della musica, promuoveva la musica e usava la musica creata dagli artisti come mezzo per arricchirsi, mentre da quel momento in avanti, si è creato un meccanismo per cui si cerca di far creare agli artisti quella musica che serva a trainare il commercio e il guadagno di chi la musica la distribuisce e basta (per la cronaca lo stesso Geddy Lee, in un’intervista concessa a Rock Hard ai tempi della pubblicazione di “Snakes & Arrows”, ha riconosciuto che, se i Rush fossero nati oggi, non sarebbero sopravvissuti neanche il tempo di fare un singolo, proprio per le logiche commerciali che ci sono ai giorni nostri).

Chiudo dicendo che, in ogni caso, questo post non vuole assolutamente giudicare che ama i Beatles e la loro musica, perché per me non c’è nulla di più sacro di come ciascuno di noi vive la musica che ascolta, ma vuole solo spiegare i motivi che sono alla base di quello che è il mio modo di percepire la musica, sia quella dei Beatles che in generale.


Salute a tutti e arrivederci a presto.

lunedì 23 marzo 2015

Una piccola ripresa

È da tanto che ho parecchi pensieri che si affastellano l'uno sull'altro, sia per quello che ci è successo ultimamente, sia per quello che ci siamo trovati a dover fare per affrontarne le conseguenze. Oggi, a distanza di parecchi mesi, scrivo queste poche righe sul mio blog per dire che sto per tornare anche coi miei post-fiume... Nuovi periodi iniziano, nuove energie si aggregano e vecchie e nuove parole si mescoleranno ancora.

A presto. 

sabato 22 marzo 2014

Una teoria ritrovata

Ieri sera io e mia moglie ci stavano guardando l'episodio "soggetto ignoto" di criminal minds su dvd. L'episodio parla della caccia ad uno stupratore seriale che, mentre violentava le proprie vittime, le faceva ascoltare e le cantava ossessivamente una singola canzone (e per ogni vittima sceglieva una canzone diversa). Nel corso dell'episodio, mentre alcuni membri della squadra di profiler protagonista della serie perquisiscono la casa di un sospettato, ecco che parte il dialogo che posto qui sotto:

Jennifer Jareau: "Evanescence, Linkin Park e Nickelback..."

Derek Morgan: "[nome sospettato] ama roba gotica e nu metal"

Jennifer Jareau: "E ha un tatuaggio sul fondoschiena con su scritto "coglione". Il ragazzo non ha niente dei Rage Against the Machine?"

[sguardo stupito di Derek Morgan e di Spencer Reid]

Jennifer Jareau: "Che c'è? sono Rock"

Spencer Reid: "Quanti anni avevi quando ascoltavi quella band?"

Jennifer Jareau: "Forse ero adolescente. Perché?"

Spencer Reid: "A 14 anni cominciamo ad impostare le nostre scelte musicali, lo sviluppo cognitivo si evolve a quell'età e iniziamo a formarci un'identità culturale."

Derek Morgan: "Smettiamo di ascoltare la musica che piace ai genitori e ascoltiamo quella che piace agli amici".

Spencer Reid: "E quelle esperienze musicali si imprimono in noi. Gli impulsi ormonali adolescenziali ci fanno sembrare le scelte più personali e passionali. Più avanti nella vita potremmo sperimentare altri generi ma nessuna musica ha un impatto forte su di noi quanto quella che ascoltavamo a 14 anni".


Ed ecco che, come per incanto, mi passano davanti tante conversazioni avute con amici appassionati di musica, dove gli amici di cui sopra se ne uscivano sempre "ahhh... certo che la musica di oggi non può minimamente competere con quella degli anni [metteteci pure il decennio che preferite]" e io che rispondevo sostenendo che non era la musica ad essere migliore o peggiore, ma semplicemente il fatto che era chi l'ascoltava che, nel corso degli anni, o si interessava meno a ciò che usciva di nuova, o smetteva addirittura di interessarsene, rimanendo ancorato, quindi, a ciò che aveva ascoltato in passato.

L'altra cosa che mi è venuta in mente, però, è stata la constatazione che, nel mio caso, le cose non stavano proprio così. Infatti, se è comunque vero che la mia musica preferita, ad oggi, è il metal, genere che scoperto proprio tra i 12 e i 15 anni, è altrettanto vero che, guardando le mie preferenze personali:

1) i miei 5 album preferiti di tutti i tempi sono usciti tra il 1995 e il 2002 (periodo di età tra i 22 e i 29 anni)

2) tra i miei artisti preferiti, ci sono autori e gruppi nati in ogni decennio dai '60 fino ai '90 e, alcuni di questi, sono finiti nella mia top list negli ultimi 5 anni (periodo dai 36 ai 40 anni)

3) la mia top list di canzoni preferite (indicativamente le prime 50) contiene canzoni di tutti i decenni tra gli anni '60 del secolo scorso ad oggi e, ancora negli ultimi 2 anni, ha subito aggiornamenti dopo la posizione 15.

4) tra le mie preferenze assolute, c'è molta musica metal, ma anche molto altro.

Questo perché mi rendo conto che, da adolescente, non ho scelto dei "gruppi", ma ho scelto la passione che non avrei mai smesso di coltivare, ovvero la musica, e ho scelto di coltivarla lasciandomi trasportare dalla curiosità di scoprire cose nuove, e mantenendo comunque intatto lo spirito di chi ascolta pronto ad accogliere tutte le sensazioni che gli arrivano.

Arrisentirci a presto :)

giovedì 17 ottobre 2013

Di Orfani e di rivoluzioni.

Ovvero, un commento al 1° numero della serie a fumetti ORFANI (ultima nata in casa Bonelli).

Comincio, innanzi tutto, a complimentarmi con chi ha portato avanti per più di un anno la campagna pubblicitaria della serie, perché, dopo diversi anni e diversi "numeri 1" che hanno avuto modo di passare tra le mie mani, ho di nuovo sentito il bisogno di "isolarmi da tutto" per poter leggere l'albo in questione senza pause di sorta, e con i sensi concentrati a raccogliere tutto quello che potevo percepire. Nel mio percorso personale di lettore e appassionato di fumetti, solo altre due volte mi era capitato: la prima è stata nel 1991, in corrispondenza dell'uscita del n° 1 di Nathan Never (a mia opinione il miglior fumetto di ogni tempo) e nel 1997, quando uscì il n° 1 di Magico Vento (fumetto che rientra comunque nella mia personale top 5 fumettistica). Unica osservazione che mi sento di fare è che, a mio parere, spiegare prima dell'uscita del primo numero in modo così preciso come funzionava il discorso dei due piani temporali, ha attutito di molto il potenziale dell'effetto sorpresa che si sarebbe potuto scatenare al momento dello stacco tra la prima e la seconda parte dell'albo.

Parlando poi dell'albo in sé, l'inizio della storia mi è piaciuto molto, sotto diversi aspetti:
l'accoppiata disegni-colore rende il senso del dramma e della tragedia in maniera molto vivida; il racconto scritto, sia nei dialoghi che nelle didascalie, pur essendo molto asciutto e sintetico, riesce bene a dipingere la personalità dei singoli personaggi e trovo anche bello il fatto che le didascalie non siano sempre associate ad un personaggio preciso, come se fossero una sorte di voce fuori campo, che raccoglie il pensiero comune dei bambini sopravvissuti; lo stacco tra la prima e la seconda parte è semplicemente stupendo, anche se il fatto di sapere già da prima che ci sarebbe stato, ha diluito e attutito quel senso di meraviglia, che a me fa alzare sempre i voti finali.

Un'altra cosa che ho trovato notevole, è stata il modo di raccontare questo inizio di storia, tanto bonelliano nella gabbia che contiene le vignette, quanto assolutamente non bonelliano nell'impostazione del racconto. Ho proprio percepito, infatti, la volontà di lasciar parlare più le immagini e i colori che non i dialoghi o le didascalie, e poi il ritmo del racconto, specialmente nella dimensione del presente è veramente senza respiro (come di fatto è una vera battaglia). 

Inoltre, anche se in questo inizio sembra assolutamente chiara la divisione tra buoni e cattivi, comunque non trovo che sia un qualcosa che fa perdere di fascino alla storia, anche perché c'è anche una sensazione che le cose possano non essere così come sembrano.

In conclusione, l'albo introduttivo mi è piaciuto molto, trovo che il colore, così come è stato usato, sia veramente un valore aggiunto; i disegni sono spettacolari, l'inizio storia è intrigante e il modo di raccontarla è molto diverso dal modo in cui la Sergio Bonelli Editore ci ha abituato nel corso dei decenni. 

P.S. Messaggio personale per Roberto Recchioni e per Emiliano Mammuccari: ho letto l'intervista che avete rilasciato al sito di Comicus, in cui suggerivate una colonna sonora per leggere l'albo. Beh, io avevo nello stereo CONCERTO MAXIMO dei Pendragon, e vi assicuro che, leggere le sequenze della battaglia sul mondo alieno sulle note di MASTER OF ILLUSION è stato qualcosa di meraviglioso ;)

sabato 6 luglio 2013

Una Società Drogastica

Ovvero come ti lego il caso Schwazer, la sindrome premestruale e un ricordo dei miei 17 anni.

È il 6 agosto 2012, siamo nel pieno dello svolgimento delle Olimpiadi di Londra quando arriva la notizia che Alex Schwazer (atleta italiano vincitore della medaglia d’oro della marcia alle olimpiadi di Pechino) è stato trovato positivo ai controlli anti-doping. Da quel momento si scatena un fiume di notizie e di commenti sullo sport che deve essere “pulito”, sull’ “orrore del doping”, sullo “scandalo sportivo” di un atleta che si è “macchiato” di questa “colpa”. Negli stessi giorni, nel vagare per vari blog che seguo in rete, vado a leggere un post nel blog “A Casa di Simo” e, nei link consigliati in fondo a quel post, uno in particolare che dice di voler “spiegare agli uomini la sindrome premestruale”, intitolato "Lettera aperta all'uomo medio". Mentre lo leggo, e ancora riecheggiano in me le notizie e i commenti letti su Schwazer, i toni e i contenuti sia di quel post che di quelle notizie si associano in una maniera incredibile ed ecco che, nel commentare queste cose, mi viene fuori una frase che arriva dalla mia adolescenza: “Siamo proprio una società drogastica”.

Siamo nel 1991, un pomeriggio in cui, nella scuola superiore in cui andavo all’epoca, si stava tenendo una conferenza sul problema della diffusione della droga e delle tossicodipendenze tra i giovani e, nell’introdurre il discorso, il relatore usò un punto di vista che ancora oggi è scolpito a fuoco nella mia memoria: “Potrei farvi il discorso, sul fatto che il drogarsi è sbagliato, sul non cedere alla tentazione, o sulla debolezza di chi cede alle lusinghe della droga, ma il vero problema della diffusione delle droghe e delle tossicodipendenze è che tutti noi viviamo in una società drogastica”. Alla reazione stupita da parte della platea, professori compresi, il relatore cominciò a sviluppare il discorso puntando sul fatto che la società per prima si stava muovendo su una strada che favoriva e incentivava l’uso di droghe, perché seguiva il concetto per cui ogni individuo dovesse sempre e comunque “essere efficiente”, “essere produttivo”, “essere attivo”, “essere in forma”, “essere giovane” con una pericolosa similitudine tra i verbi “essere” e “sembrare”. Nel portare esempi per spiegare ciò che intendeva, lui ha ripreso una serie di pubblicità che reclamizzavano i prodotti più disparati come:

“Sei stanco? Bevi l’integratore X che ti da l’energia per affrontare la giornata” (Non importa che una volta che l’integratore abbia terminato il suo effetto, tu sarai ancora più stanco di prima, perché così hai consumato tue ulteriori riserve di energia, quando ti sarebbe un buon sonno per rimetterti in sesto e per essere lucido senza bisogno di ricorrere a sostanze estranee).

“Hai la febbre e non vuoi rinunciare ai tuoi impegni della settimana? Prendi la pastiglia Y che fa svanire i sintomi e puoi essere di nuovo scattante” (Non importa che il tuo corpo sia ancora ammalato e quindi, finito l’effetto della pastiglia tu stia peggio di prima, quando ti sarebbe bastato curarti e guarire per poi poter riprendere la tua vita normalmente).

“Hai fatto tardi alla sera e adesso hai le occhiaie? Usa la crema Z, e il tuo viso sarà di nuovo fresco e riposato” (Così potrai crollare addormentato durante la riunione di lavoro senza però far vedere che avevi le occhiaie).

“La notte hai problemi a prender sonno? Prendi la pastiglia H, per dormire bene” (Non importa che, magari, se non prendevi integratori e pastiglie varie per star sveglio, poi non avevi problemi per addormentarti, perché eri già stravolto di tuo).

“Le rughe e i segni del tempo attaccano il tuo viso? Usa il prodotto XY, o fatti un bell’intervento di chirurgia plastica, così sarai per sempre giovane”. (Non importa che, dai vent’anni in avanti, nel tuo corpo nascano sempre meno cellule in un giorno di quante non ne muoiano e quindi continui ad invecchiare nonostante tutti i tentativi di non farlo vedere agli altri).

“Devi affrontare un esame all’università e il tempo per prepararti non ti basta? Prendi il preparato K che ti consentirà di concentrarti più a lungo”. (E se ti limitassi a dare l’esame dell’università alla sessione successiva invece di sottoporre fisico e mente a livelli di stress superiori al comune?).
E così via elencando.

Il relatore poneva proprio l’accento su come in queste pubblicità stati naturali di un organismo sano, come la stanchezza e l’invecchiamento, fossero indicati come “problemi da combattere e da risolvere”, e per quanto riguarda lo stato di malattia, l’accento era posto non sulla guarigione dalla malattia, ma sulla soppressione dei sintomi. Infine, come ciliegina sulla torta, ecco che le “soluzioni ai problemi” altro non erano che o prodotti farmaceutici che alteravano la percezione che noi avevamo del nostro organismo (non facendoci provare le sensazioni di stanchezza, ansia, fame o qualsiasi altra cosa) o prodotti cosmetici che cercavano di nascondere ai nostri occhi, prima ancora che a quelli degli altri, i segni che il tempo lasciava sul nostro corpo. In buona sostanza in questi messaggi si sosteneva che l’insoddisfazione verso la tua vita e verso il tuo corpo poteva essere risolta dalle sostanze chimico-farmaceutiche che ti stavano proponendo (quanto è simile questo ragionamento a quello di cerca rifugio nelle droghe per sfuggire alla realtà?).

Ma quello che ha creato l’associazione di idee tra le tre situazioni, è stata la sensazione che avessero una base comune: l’impostazione data a livello sociale che tutti debbano sempre e comunque andare oltre i propri limiti, a qualunque costo e in qualunque modo. Perché l’importante è vincere, e non dare il meglio di sé; perché l’importante è curarsi della propria immagine e dell’opinione che gli altri possono averne, piuttosto che della propria persona e del proprio equilibrio; perché l’importante è sempre crearsi nuove aspettative (senza tener conto dei propri limiti), piuttosto che godere dei risultati raggiunti e vedere su come e se si può migliorare.

Entrando nel dettaglio per quanto riguarda Schwazer, vorrei far notare alcune cose:
1)     Ha partecipato a gare di Marcia da 20 e da 50 km tra il 2005 e il 2011
2)     Ha vinto una medaglia d’oro alle olimpiadi di pechino nel 2008
3)     Ha vinto una medaglia d’argento in coppa del mondo, migliorando il tempo delle olimpiadi
4)     Ha vinto una medaglia d’argento ai campionati europei
5)     Ha vinto due medaglie di bronzo ai campionati mondiali.
Nonostante questo palmares, nei mesi precedenti alle olimpiadi di Londra, ecco spuntare il concetto che, se Schwazer non avesse portato almeno un medaglia (con predilezione per l’oro, ovviamente) si sarebbe parlato di “fallimento” dell’atleta, che era visto come una medaglia sicura per l’Italia ai giochi olimpici e alcuni paventavano già che quella sarebbe stata la gara per capire se lui come atleta potesse dare ancora qualcosa, oppure se fosse già nella fase discendente della carriera. Da una parte, quindi, si creano pressioni enormi e dall’altra, se la persona cede, ecco che la butta letteralmente a mare senza alcuna pietà o riconoscimento di ciò che comunque ha fatto fin lì che, comunque, è stato qualcosa che pochissime persone al mondo sono state in grado di fare.

Per quanto riguarda la sindrome premestruale, invece, mentre leggevo il post “Lettera all’uomo medio” sul blog “A Casa di Simo”, percepivo sia l’ironia di cui era intessuto, sia l’aggressività che questo descriveva ma, se capivo e condividevo la rabbia per il dolore fisico e gli umori cangianti dovuti alla tempesta ormonale, per tutte le altre situazioni descritte il commento che mi usciva spontaneo era: “Ma perché tutta questa rabbia?”  

Sembra che vi vediate sempre più brutte di quello che siete e vi sentiate quasi obbligate a ricorrere al trucco per nascondere quelli che considerate difetti e che, quindi, non bisogna assolutamente mostrare; sembra che il farvi notare un cambiamento del vostro aspetto fisico equivalga a dirvi che siete dei cadaveri putrefatti, buone solo più per essere gettate nella fossa comune da gente che indossa la maschera antigas per reggere alla repulsione che voi provocate; sembra che il fatto di superare quella misura sacra nota ai più come “pesoformaottimale” di una quantità con ordine di grandezza superiore all’ettogrammo sia una colpa passibile di pena di morte da eseguirsi tramite crocefissione e squartamento in stile sacrificio religioso dei tempi antichi.

Date veramente l’impressione di vivere il rapporto col vostro corpo quasi come una tragedia greca in cui voi siete le eroine destinate ad essere sconfitte da quel nemico gretto e meschino che è il tempo. Ma rispondere a tutti quei messaggi e a quegli stimoli, più o meno espliciti, che ci dicono che bisogna essere sempre “belliattivigiovaniefficientiinformasmagliantesensualmenteesessualmenteesplosiviinognimomentodellagiornataefinoalnostroultimogiornodivita” con un bellissimo ECCHISSSSENEFREGA in formato intergalattico, no? Imparare a condividere col sorriso sulle labbra anche i difetti e le debolezze pare una bestemmia? Sapersi guardare in faccia, quando si sente il desiderio dell’altra persona, e dirsi “anch’io ho voglia di te, ma non ce la faccio”… e poi riderci assieme è così riprovevole? Usare il trucco per giocare e travestirsi, o per esaltare una qualità, piuttosto che per coprire un difetto, no?

Il fatto è che fino a vent’anni il corpo cresce e si sviluppa, dopo invecchia. Fintanto che te ne accorgi, vuol dire che sei viva; quando non te ne accorgi più, vuol dire che sei morta (e il processo di invecchiamento, allora, si chiama decomposizione).

Non siamo sempre in forma? Non siamo sempre scattanti? Non siamo sempre con un fisico scultoreo? Non siamo sempre giovani? E dov’è il problema? È la nostra natura! Nasciamo, cresciamo, invecchiamo e moriamo. Per cui vi chiedo: cosa trovate che sia meglio? vivere felicemente i giorni della propria vita, godendo di quanto di bello ci donano, oppure vivere come se fossimo sempre in guerra per aggrapparci disperatamente a quello che crediamo che il tempo ci voglia togliere?